Peter Handke e il rossetto sulla pietra

«Anzitutto c’era, credo, la parola. Die Dauer, “la durata”, è una bella parola: comincia con un suono morbido, la d, e poi viene una a, e ancora una vocale, e poi… È quasi come se tutta la parola fosse composta da vocali».

Peter Handke aveva incominciato così, con una suggestione musicale, con il ricordo della melodia verbale che gli era risuonata nella mente oltre trent’anni prima, a raccontarci del giorno in cui gli era «arrivata in volo» quella poesia: Gedicht an die Dauer, che nella traduzione italiana – la bellissima versione di Hans Kitzmüller pubblicata da Einaudi – diventa, con perfetta sintonia a quella sonora ispirazione, un «Canto». Eravamo in sei ad ascoltare il racconto di Handke, in casa sua, in teso, emozionato silenzio, perfettamente muti affinché i microfoni registrassero la sua voce tenue, un po’ roca, il suo eloquio tranquillo, lento e sicuro, nitida espressione di pensosità, di concentrazione, di genuina sincerità, e anche perché agli apparecchi non sfuggisse, accompagnamento perfetto della voce del poeta, il frusciare del vento, il mormorio degli alberi nel giardino, il coro dei passeri e dei merli che arrivavano zampettando a sbirciare fin sul davanzale della finestra. Continua a leggere

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Catturando i sogni in punta di matita

«Giro il mio mantra: la matita nel temperino», annota Peter Handke in una riga del suo diario, il suo Journal, come lui stesso chiama il taccuino in cui da anni, da sempre, pratica l’esercizio di un’attenzione giornaliera. Basta una riga, un gesto, che si compie inequivocabilmente come un rito, a dare il senso di quanto segreto e insieme solenne, intimo e insieme universale, silenzioso e tuttavia carico di energia sia il momento in cui lo scrittore si prende cura del suo inseparabile utensile, affila la sua arma – oggetto potente quanto innocente -, prepara il suo strumento di scrittura e di cattura. Sono naturalmente tutte incruente le sfide che affronterà con la matita in pugno, quell’arma così sottile e acuminata non farà vittime, né la sua impresa punterà a riportare vittorie o trofei. Eppure, a noi che lo leggiamo da anni avvertendo sulle sue pagine la tensione viva della parola che aspira a far presa sul mondo, Handke appare come una figura eroica. Tanto più là dove l’intonazione della sua scrittura si fa più assorta, dubitativa, meditativa Continua a leggere

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Fuga in Sicilia, il finale dopo il fnale

Un romanzo esistenziale, quasi una parabola della condizione umana, che scorre via travolgente come un racconto di avventura, innervato dalla tensione di un thriller e attraversato a tratti, per raggi obliqui, dall’ammaliante luminosità di un sogno a occhi aperti: si legge cui muscoli tesi, i pugni stretti dal piacere e la fronte corrugata a perscrutare quel che via via si fa incontro il libro con cui il tedesco Bodo Kirchhoff ha vinto il «Deutscher Buchpreis» 2016, tra i premi letterari più importanti in Germania, assegnato al miglior romanzo dell’anno. L’incontro, appunto, si intitola nella versione italiana appena pubblicata da Neri Pozza, e la parola restituisce, dell’intraducibile termine tedesco prescelto per il titolo originale, Widerfahrnis, il senso di destinale casualità, di fatalità, di calamità che grava su tutte le pagine, dalla prima all’ultima, di questa sconcertante narrazione. È una storia a due, e i due che si incontrano e, trascinati dalla sorte, accettano di partire insieme, viaggiando attraverso il buio e l’ignoto, diretti verso la luce e il tepore, sono un uomo e una donna. Continua a leggere

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Vatti a fidare della bellezza… Meglio leggere Solstad

Conquista come la tentazione di una travolgente avventura amorosa la lettura del Romanzo 11, libro 18 di quel genio norvegese che è Dag Solstad (si pronuncia Sulsta’, ce lo disse lui stesso due anni fa). È infatti descrivendo con un realismo da cinema in 3D le dinamiche potenti e sottili della fascinazione che incomincia questo racconto di un gioco pericoloso con la vita. Sulle prime sarà impossibile resistere: alla tentazione, alla fascinazione, alla voglia di stare al gioco. Poi però ad avere la meglio sarà la malia del racconto. Un flusso di narrazione ininterrotta che, da pagina 1 a pagina 180 – senza cesure di capitoli, rari sono perfino i capoversi – ti solleva, ti trascina, ti trasporta nei meandri segreti dell’esistenza che, lambiti in fondo nella quotidianità di chiunque, al tocco della scrittura di Solstad si rivelano nella loro misteriosa crudeltà. Così, alla fine, a lasciarti a riva assorto e fremente, con un vago sorriso smagato sulle labbra, non sarà il prevedibile riflusso dell’ondata di passione, il desiderio sfumato, l’amore deluso, bensì la corroborante intelligenza di questo scrittore che scorre luminosa tra le pagine come una splendente marea piena di gorghi e insidie.

Dapprima si è inclini a seguire col batticuore, con un senso di resa e di intima complicità il protagonista del romanzo, Bjørn Hansen quando, sedotto dal sogno di un po’ di felicità rubata – la più desiderabile: quella proibita e passeggera -, lascia la moglie e il figlioletto di due anni per correre dietro, fin nella più remota provincia norvegese, alla seducente Turid Lammers, una sofisticata bellezza nordica che sprigiona appeal, energia vitale, e uno studiatissimo charme parigino sottolineato dalla gestualità delle mani acquisita «come un accessorio estetico» quand’era in Francia per i suoi studi. Di fatto il colpo di testa che lo porta a rompere con tutto ciò che era – un rispettato professionista, un onesto padre di famiglia, un autorevole impiegato ministeriale a Oslo -, lo conduce in un paesino dimenticato da Dio dove accetta di svolgere, perfino con trasporto, il ruolo di esattore comunale accanto a colei per la quale aveva provato un’attrazione che non ricorda né capisce più.

Con una ferocia spietata, quasi sadica, Solstad disegna l’inesorabile linea di caduta dell’avvenenza femminile che sfiorisce. Continua a leggere

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Parlo dunque sono, Heidegger docet

Martin Heidegger non fu certo un campione di ironia, ma all’occorrenza, a lezione, sapeva buttar lì la battuta migliore, buona per risvegliare le coscienze e richiamare – appunto – alla serietà. «L’uomo è un essere vivente che legge giornali», sentenziava, e «la Grecia non era il paese della cuccagna», faceva notare agli studenti che, a Marburgo, nell’estate del 1924, lo ascoltavano tra le sette e le otto del mattino parlare dei concetti fondamentali della filosofia aristotelica. Tra i ragazzi che, tra l’inizio di maggio e la fine di luglio di quell’anno, si alzavano presto per andare a sentire il giovane professore, allora trentacinquenne, c’erano Gadamer e Hannah Arendt, Karl Löwith e Joachim Ritter, Hans Jonas e Leo Strauss. E colui che parlava loro dalla cattedra tre anni prima della pubblicazione di Essere tempo, si confrontava con il filosofo antico cui «spetta una posizione di preminenza» nella storia del pensiero occidentale – sottolineava il primo giorno di lezione -: precisamente con i testi di Aristotele da cui avrebbe ricavato stimoli e conferme per la messa a punto dei concetti fondamentali del proprio opus magnum. È un corso cruciale, dunque, quello che, fedele all’edizione tedesca pubblicata nel 2002 per la cura di Mark Michalski, esce ora da Adelphi nella luminosa traduzione e con una preziosa avvertenza di Giovanni Gurisatti.

L’interesse del leggere un simile testo accademico è squisitamente – meravigliosamente – filologico, se per filologia si intende, Heidegger dixit, «passione per la conoscenza di ciò che è espresso in parole». La lettura è insomma appassionante. E il testo, trascritto dalla viva voce del maestro – i manoscritti delle lezioni sono infatti in larga parte perduti: se n’è conservato solo un terzo, riportato in appendice al volume -, rappresenta una prova esemplare di colui che invece fu, sì, un campione di retorica. Sia detto con il massimo rispetto di Heidegger e dell’arte di usare le parole. Continua a leggere

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Handke diventa Wenders

Aranjuez(c)AlfamaAlla lunga, dopo un giro alquanto avventuroso, il biglietto che gli avevo spedito quest’inverno da Cadice era arrivato. Era un acquerello formato cartolina che rappresentava la Puerta de Tierra: acquistato dal libraio antiquario di Plaza de Mina, la stessa in cui nacque Manuel de Falla, imbustato, affrancato con un francobollo “illegale” – di quelli non riconosciuti dall’ufficiale correos che evidentemente laggiù rifilano ai turisti ignari nei chioschi dei souvenir – e spedito all’indirizzo di Peter Handke a Chaville. La lettera, naturalmente, era stata rifiutata dalla posta spagnola, dirottata verso altri lidi e consegnata mesi dopo, con il suddetto francobollo fasullo oscurato da un adesivo e il timbro postale di Malta. Conteneva quella che per me, all’inizio di febbraio, era ancora una notizia fresca, da comunicare con l’entusiasmo del punto esclamativo, e l’annuncio di un imminente cimento, una nuova sfida, un’altra avventura da traduttrice alle prese con i suoi scritti: «Tradurrò I bei giorni di Aranjuez!, gli scrivevo rimandandogli dalla Spagna quel suo titolo che evocava una località spagnola. La risposta, stavolta, non era arrivata con la posta, non c’era tempo. Così Peter Handke, cocciuto analfabeta informatico, refrattario all’uso del computer, scrittore con taccuino e matita, estimatore delle lettere all’antica, si era appoggiato alla posta elettronica della moglie, che vive a Parigi. Era già metà maggio quando arrivò l’e-mail di Sophie Semin, l’attrice francese con cui Handke è sposato dal 1990, la madre di Léocadie, figlia minore dello scrittore, la donna che è riuscita ad accettare la smanie di solitudine di un autore da sempre diviso tra la ricerca dell’amore e la sua inclinazione da eremita. In perfetto tedesco mi scriveva: «Peter Handke ha pensato a te. Si tratta dei sottotitoli del film Les Beaux Jours d’Aranjuez che Wim Wenders ha tratto dalla pièce di Peter e che sarà presentato a settembre in concorso al festival di Venezia. Peter ha scritto il testo in francese e proprio in questa lingua – la mia! – recitiamo nel film. Il produttore, Paulo Branco, vuole una buona traduzione per i sottotitoli. Peter sa che stai lavorando sulla versione tedesca del libro. Ci auguriamo che con il francese non ci siano problemi…» Non ce ne sono stati.

Che rete sontuosa e intricata di lingue e nazionalità per ricucire un legame – quello tra Peter Handke e Wim Wenders – stretto da quasi cinquant’anni. Un autore austriaco, un regista tedesco, un produttore portoghese, un’attrice francese, una città spagnola, un’edizione e una mostra del cinema italiane. Dunque il dramma – che a rigore è «un dialogo estivo» – Die schönen Tage von Aranjuez, uscito da Suhrkamp nel 2012 e, pochi mesi dopo, dall’editore parigino Le bruit du temps, già presentato alla stampa internazionale come The Beautiful Days of Aranjuez, tradotto in italiano per Quodlibet come I bei giorni di Aranjuez (data di uscita: 1° settembre) sarà in concorso a Venezia come Les Beaux Jours d’Aranjuez, tratto dalla prima versione eccezionalmente scritta in francese «Per Sophie» – avverte la dedica del libro – la quale ne possiede privatamente il manoscritto originale, recitato dalla stessa Sophie nel ruolo di protagonista, e realizzato con la regia di Wim Wenders. Continua a leggere

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Scintille di poesia, all’ombra notturna degli alberi

Handke BaumschattenEra proprio così. Peter Handke l’aveva intuito e intonato in un canto trent’anni fa, e il tempo gliel’ha confermato. La durata è il sentimento della vita, più profondo dell’estasi dell’attimo e ugualmente fugace e imprevedibile; ha a che vedere con gli anni, con i decenni, con l’intimità di un luogo domestico e segreto – la stanza di lavoro, il suo giardino – come pure con l’avventura nel mondo; comunque, ovunque, irradia calore, regala conforto, induce a pensare, diffonde la quiete e il silenzio, ristora… Parafrasiamo così ciò che questo immenso autore austriaco cantava nei versi composti nel 1986 per un’urgenza, una necessità di ricorrere alla poesia dettata da quella stessa incomputabile misura di tempo che non avrebbe mai potuto descrivere, o «trasformare in scrittura» attraverso un saggio, un dramma, una storia. Così nacque, o «gli arrivò in volo», come a Handke piace esprimersi, il Gedicht an die Dauer, tradotto ai tempi con una sintonia felice e perfetta come Canto alla durata da Hans Kitzmüller per la piccola casa editrice Braitan di Brazzano in provincia di Gorizia – situata sullo sfondo del paesaggio friulano del Carso così noto e caro a Handke – e riproposto ora prestigiosamente da Einaudi nella stessa versione curata da Kitzmüller (con testo tedesco a fronte 64 pagine € 10). Continua a leggere

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Per quel bicchiere andato storto

P1090736Viaggiando in un principio assonnato di primavera attraverso la campagna svedese, che ancora torpida si abbandona pigramente al disgelo, per raggiungere Torgny Lindgren nel suo eremo al limitare delle foreste nell’Östergottland, viene in mente un breve dialogo tra due suoi personaggi. «Ho cercato a lungo un paesaggio che corrisponda al mio stato d’animo», dice lui. «Sì, c’è sempre da vergognarsi di quel che si ha dentro», risponde lei. La battuta, minuscolo assaggio, tradisce lo spirito dello scrittore e accademico di Svezia che da 25 anni siede nella commissione di coloro che eleggono il Nobel per la letteratura: tanto grave e assorto quanto guizzante di acume e di ironia. Si immagina anche che in un paesaggio simile, fatto di boschi di abeti e di acquitrini, dovesse nascondersi L’ultimo bicchiere di Klingsor, l’oggetto sconcertante al centro del suo ultimo romanzo in uscita da Iperborea nella traduzione stupenda di Carmen Giorgetti Cima. Aveva contenuto la più limpida e squisita delle acqueviti, distillata per Pentecoste da un vecchio boscaiolo e, svuotato a ripetizione da costui, «con coraggio e perseveranza», in una notte di ebbrezza, fu dimenticato nella foresta su un ceppo di abete tagliato di sbieco. Lasciato lì per anni, lentamente il bicchiere posato su quella base inclinata rimediò «alla sua vergognosa condizione sbilenca» e «si raddrizzò» – cioè si piegò – puntando verso il cielo. Fu ritrovato da un bisnipote dell’improvvido taglialegna e devoto bevitore il quale, scoprendo la sua inconcepibile forma storta, prese a indagare da pittore di nature morte il mistero della vita della materia e intraprese col pennello in mano «la via per la sobria ebbrezza dell’arte».

Di tutto questo – di ebbrezza e di arte, di natura e devozione, di pittura e romanzi – parleremo con Torgny Lindgren, penso viaggiando, unica passeggera, sul pullman che in tre ore da Stoccolma porta a Linköping. Lui viene a prendermi alla stazione dei bus, una banchina in mezzo al nulla dove il veicolo, con indefettibile puntualità scandinava, si ferma all’ora stabilita. Mi viene incontro camminando sotto una pioggia leggera e gelata. È alto, magrissimo, di una magrezza – scopriremo – malata, e ha una leggerezza spirituale. La pelle del viso, incorniciato da una corta barba da profeta, è bianca e sottile, straordinariamente fresca per i suoi 78 anni, e gli occhi, sotto il cappellino impermeabile, brillano di una luce viva e preziosa. Stina, sua moglie, ci aspetta seduta in macchina. Abbiamo ancora cinquanta minuti di viaggio prima di arrivare alla grande casa parrocchiale – «la chiesa da queste parti ha venduto molte delle sue proprietà ai privati», avverte Lindgren – dove la coppia, inseparabile da sessant’anni, vive da quasi un trentennio.  Continua a leggere

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L’anima della foresta

piet_mondrian_006_albero_grigio_1912Quando se ne accorse per la prima volta, fu come incontrare un Barbalbero nella foresta di Eriador. Come se tra le fronde e sotto la scorza degli alberi in mezzo a cui si aggirava incurante da vent’anni all’improvviso avesse scorto un occhio intelligente che lo guardava. In quello sguardo non c’era supplica, né accusa, né minaccia. Solo la spia di un essere alla sua maniera ricettivo. Senziente, paziente, rammemorante, desiderante. Il protagonista di un’esistenza tutta da indagare. A fare quell’incontro spiazzante con lo spirito di un vecchissimo faggio – verrebbe da dire “con il fantasma”, non fosse che il vegliardo era ancora vivo – fu Peter Wohlleben, guardia forestale sull’altopiano dell’Eifel, Germania occidentale, nella regione boschiva che si sviluppa tra il medio corso del Reno, le Ardenne e la Mosella. All’epoca Wohlleben faceva diligente il suo lavoro. Valutava cioè salute, robustezza e regolarità dei fusti delle piante da abbattere per ricavarne assi ben diritte e senza nodi, e da sostituire quanto prima con nuovi alberi “da legna”. Abituato com’era a guardare alla foresta “sub specie oeconomica”, in quella che oggi definisce “una prospettiva decisamente ristretta”, finì per inciampare in un sasso. Sembrava un sasso almeno. Quando cercò di toglierlo dal sentiero, si rese conto che era saldamente ancorato al terreno. Niente di strano: ne sporgono di rocce muschiose dal suolo del massiccio scistoso renano. Gratta via il muschio, però, ed ecco che Wohlleben nota le inconfondibili striature – le rughe – di una corteccia. Allora non era una pietra. Scortecciata quella dura scorza, osserva che è verde anche dall’altra parte, che scorre linfa sotto. Possibile? Perché circolino umori vitali nelle fibre innervate del legno, bisogna che ci sia la fotosintesi, la pianta deve respirare, e per questo, lo abbiamo imparato tutti alle scuole medie, serve la clorofilla, ci vogliono le foglie. Quel ciocco mezzo sepolto non aveva neppure i rami, neppure il tronco. Eppure, inciso, sanguinava. Continua a leggere

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Le opere e i giorni del poeta in fuga dalle due Germanie

Uwe-Johnson-am-Inselsee-Guestrow-1953-FUna marina spettacolare, ipnotica, insieme incantevole e inquietante, apre e chiude il romanzo. La sola cosa da fare è tuffarcisi dentro. Comunque vada, nuotatore esperto o incauto che tu sia, la scrittura finirà per risucchiarti, trasportarti, travolgerti dove i gorghi delle correnti alterne fanno le acque più perigliose, condurti dove vuole lei. Accade anche a “lei”, alla protagonista del sontuoso romanzo di Uwe Johnson, alla Gesine Cresspahl dalla cui vita l’autore registra giorno per giorno gli eventi occorsi in un anno. All’inizio la vediamo in acqua, tra le onde lunghe dell’Atlantico. Appagata, coraggiosa, magnifica, «nuota a braccia tese», ma le onde, oltre la risacca, «la traggono di schiena», la riportano indietro, a una spiaggia del passato. E già le acque dell’oceano si mescolano e si confondono con quelle di un altro mare, con lo sciacquettio del Baltico, nel Nord Est della Germania, che un vento come quello che batte la costa del New Jersey riusciva tutt’al più a rendere increspato. Con un respiro lunghissimo, con bracciata possente e sicura, con l’energia e la precisione non già dell’atleta allenato, stavolta, ma del narratore grandioso, Johnson va a concludere il suo capolavoro, 1891 pagine dopo, ancora sulla visione di una spiaggia. È la stessa spiaggia? Quella raggiunta in due ore di treno da New York, dove Gesine vive con la figlia decenne Marie ormai da sette anni? Quella a Nord di Jerichow, il paesino del Meclemburgo nell’entroterra del Baltico dove è nata e cresciuta e da cui è fuggita tanto tempo fa? No, è un’altra ancora. Eppure, anche lì, lo schiaffo dell’onda, la ghiaia che scorre contro i malleoli fanno lo stesso rumore. E anche lì, con gli occhi socchiusi per la luce resa più intensa dal riverbero, si intravede la stessa scena: «una bimba; un uomo in cammino verso il luogo dove sono i morti; e lei, la bimba ch’ero io». È l’ultima pagina di Jahrestage, I giorni e gli anni, che, con un brivido di commozione, finalmente possiamo leggere in italiano, grazie al fantastico lavoro di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini, gli eccellenti traduttori. Continua a leggere

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