Il nuoto arte zen

Schermata 2014-04-19 a 21.24.45Bellezza assoluta in corpo armonico, con il passo di un adagio musicale. Non è la creatura di un altro mondo, parliamo di un nuotatore. Intravisto forse, raggiunto no di certo. A inseguirlo però sono tanti, più di quanti si creda e ben sapendo che non c’è gara. Cominciano i mondiali di Roma, è vero: sarà una festa e ci sarà da divertirsi. Ma i molti che puntano alo nuotatore come a un miraggio, modello, sogno, ideale sono più contemplativi che competitivi. Sono creativi: artisti registi architetti, autori di storie e di musica. Per molti di essi il nuoto è disciplina sportiva e intellettuale. Esercizio fisico e “ascesi” mentale. Sorgente di benessere e fonte di ispirazione. Occasione per tenersi in forma e coltivare in arte la misura e la figura.

Nuotavano per “un’intensa esperienza sensoriale, per una necessità emotiva e spirituale” – scrive Charles Sprawson nel suo L’ombra del massaggiatore nero (Adelphi 1995), un classico per il culto dell’acqua – Byron, Swinburne, Shelley, Flaubert… Jorge Luis Borges finché godé della luce degli occhi fu nuotatore appassionato. Marguerite Yourcenar attribuisce al vecchio Adriano la “nostalgia per la carezza dell’acqua” che avrebbe inghiottito il suo Antinoo. Più di recente Paola Mastrocola notava la “delizia di avere un corpo che nuota” tra le onde al mattino: “prima che il mare perda il suo segreto”. Il nobel ceco Bohumil Hrabal, in Ho servito il re d’Inghilterra, stupiva del miracoloso vigore che il nuoto conferisce anche al corpo più fragile e efebico. E la brasiliana Cecilia Meireles, nella più bella poesia mai dedicata a un Nadador si incantava per la linea delle spalle di un passero d’acqua e per la curva del suo volo tra le spume: «O que me encanta è a linha alada / 

Das tuas espáduas, e a curva / Que descreves, pássaro da água!». Perfino in secca, sulla terraferma, nascoste da un camice medico, due braccia allenate dal nuoto attraggono gli occhi della giapponese Yoko Ogawa: della protagonista del suo Una perfetta stanza di ospedale (Adelphi 2009) che innocentemente le sceglie per farsi abbracciare e poter piangere.

Potremmo continuare all’infinito: citando John Cheever e Martin Walser, Film Blu di Kieslowski e Palombella rossa di Nanni Moretti… Invece dobbiamo tagliare corto. I mondiali cominciano e sarà Giovanni Allevi – autoproclamatosi Il nuotatore nel titolo di un cd – a eseguire i suoi brani più acquatici alla festa di inaugurazione del campionato romano. Le corsie allineate della piscina evocano i tasti di un pianoforte: frequentate con la stessa assiduità? «È importante per me il contatto con l’acqua – ammette l’artista marchigiano – perché nuotando, lentamente, trovo la possibilità di ripassare nella mente ogni singola nota. Penso solo alla musica, perciò non ho forse uno stile molto elegante, ma il senso di elasticità che ricerco nell’acqua si trasferisce ai miei muscoli che si allenano così per l’esecuzione in concerto». C’è dunque affinità tra l’acqua e la musica? «Ho sempre pensato che la musica sia un’entità plastica, mai uguale a se stessa, sempre in movimento: come l’acqua. E dall’acqua che appoggia con la stessa pressione sui fondali più disconnessi, le dita che si muovono sul piano imparano a raggiungere senza sforzo i tasti nelle composizioni più difficili. È una filosofia, un atteggiamento mentale».

Compositore raffinatissimo, un po’ più grande di Allevi e come lui nuotatore di lunga data è Fabio Vacchi: «Nuoto da sin da ragazzo», dice. «È un’attività armoniosa, dolce, simmetrica, senza strappi. Ed è – per come la pratico e percepisco – un momento di sospensione del peso e del tempo in cui i pensieri scorrono liberamente. Ci sono solo due momenti in cui per me le idee affiorano più che mai lucide: in acqua o nel dormiveglia del mattino. Grazie a una vera uscita dalla quotidianità».

Basta entrare in acqua: dove, quanto a lungo, e per estrarne cosa? «In piscina due o tre volte la settimana, per le mie 40 vasche olimpioniche, 2 km. Ma frequento l’acqua anche in barca a vela. L’immersione però corrisponde all’ingresso in un’altra dimensione esistenziale. Comunque sia l’acqua è un elemento simpatico, familiare, un simbolo materno: nasciamo dall’acqua. Perciò torna come immagine in molte mie figure musicali che hanno percettivamente un che di acquatico».

Lungo Percorsi d’acqua (così Stenio Solinas intitolava un bel libro uscito da Ponte alle grazie nel 2004) tracciati su mappe, pagine di racconti, fogli di pentagramma e di giornale si incontrano tanti giornalisti e critici: Morando Morandini, Luigi Paini (Il Sole 24 Ore) Stefano Bucci (Il Corriere della sera), Caterina Soffici (Il Giornale)… Vera campionessa di nuoto è stata Valentina Fortichiari che tra i giornalisti deve giostrarsi da capo ufficio stampa Longanesi ma che è fine saggista – ha curato per Adelphi le opere di Guido Morselli e di Cesare Zavattini – e autrice originale: «Iniziai a sei anni. Ero una bambina fragile e malata. Buttatela in acqua, dissero i medici. Funzionò: mi irrobustii e ci presi gusto. Tanto che a 12-13 anni incominciai a fare sul serio, da agonista. Per anni ho partecipato ai campionati italiani. Poi, studiando, la cosa iniziò a diventare pesante. A 17 anni non ne potevo più: le competizioni mi distruggevano, le gare avevano un impatto emotivo enorme. Smisi, e sono passati anni prima che mi rimettessi in acqua. Oggi cerco nel nuoto qualcos’altro, un piacere che allora non mi dava: il bisogno di muovermi, di sentire l’acqua, di staccare la spina e starmene sola a pensare. Penso, anzi so, che è lo sport che più si addice alle persone solitarie, riflessive, meditative. Altri si annoiano a morte: non impareranno mai a capire il nuoto». Ma lei ha provato a insegnarglielo, con successo. Il suo Nuotare tutti subito e bene (Tea 1998) ha venduto oltre 15.000 copie: un long seller. «Il mio direttore commerciale mi prende sempre in giro: Ti piacerebbe vendere così i tuoi libri su Morselli!». Chissà invece che non sia ora di dare, non solo al suo capo marketing, una nuova Lezione di nuoto. È il titolo di un racconto, esordio narrativo dopo i saggi e il fortunato manuale didattico: in uscita a fine agosto da Guanda con il film Chérie di Stephen Frears con Michelle Pfeiffer. Che cos’è: un’altra scrittura, un altro nuoto, un altro mare? «Scrivo di open water swimming, il nuoto in mare. È il mar di Bretagna, a Saint-Coulomb, dove Colette tentò di insegnare a nuotare al figliastro Bertrand». Dal nuoto in acque libere – il più faticoso e pericoloso che quest’anno rientrerà tra le discipline di Roma 2009, con una gara di fondo nel marte di Ostia –  che c’è da imparare? «Il mare è imprevedibile, la luce è più forte, l’acqua più fredda. In acque così libere, però, non oso avventurarmi al largo più che tanto. Mi fermo a una certa distanza e vado avanti e indietro: ho bisogno di darmi una misura, come in corsia». Agonista in gioventù è stato anche il poeta Valerio Magrelli, che degli allenamenti per le gare ricorda durezza e durata: «Erano prove faticosissime, lunghissime. Per venirne a capo dovevo darmi un termine. Io avevo escogitato un sistema di codici alfabetici. Giochi di parole e lettere in cui magari era cifrato il nome di una ragazza». Interessante, detto da un maestro di rime e ritmi. «Ecco, darsi un ritmo, tenere il tempo è indispensabile per non perdersi dentro l’effetto ipnotico che il nuoto produce. So di atleti che perdendo il conto delle vasche hanno perso anche la gara».

Nuota alternando serie di 12 vasche a stile e 10 a dorso fino a un traguardo di 100, 2 km e mezzo, Mauro Covacich, lo scrittore triestino che per i più è soprattutto un maratoneta. Facendo girare a pieno ritmo “il sistema del corpo che pensa”, come genialmente l’ha definito, ha prodotto il romanzo strepitoso A perdifiato (Mondadori 2003). Gira però da un pezzo tra gli amici nuotatori il ritaglio dell’articolo che Covacich scrisse sulla prima pagina della Gazzetta dello sport ai tempi dei mondiali di Melbourne, Noi, nuotatori della pausa pranzo”: quelli che non si siedono a tavola, fanno il pieno di endorfine e rientrano in ufficio sazi, nuovi, freschi e belli, con i riccioli umidi e i cerchi da panda degli occhialini intorno agli occhi.  E nel suo romanzo dell’estate scorsa l’autobiografico Prima di sparire (Einaudi), ci sono accenni al nuoto: scelto in alternativa alla corsa dall’atleta afflitto da un’ernia al disco. «È andata proprio così», dice: «Il nuoto per me è un ripiego. Adesso ho ripreso a correre decentemente, ma con quel mal di schiena era impossibile: ho dovuto mettermi in acqua. Con effetto di claustrofobia. Per il sistema del corpo che pensa, in piscina cambiano tutte le variabili. La corsa mette in relazione corpo, mente e ambiente esterno. Mentre nuoti invece non percepisci che te stesso, non puoi fare a meno di “sentirti”. Allora meglio concentrarsi su ciò che l’acqua amplifica: chiusura, introspezione, il soffio del respiro, il battito del cuore, delle gambe che spingono». Ma nuotando si può stare all’aperto: basta andare al mare. Nel reportage L’altro Adriatico (in Nuovi argomenti 43, Mondadori) scrive di un mare “aperto come sa esserlo solo lui”. «È vero, ma quella traversata la feci in barca. Per il nuoto in mare ho una forma congenita di codardia, strano incubo della profondità, panico irrazionale per l’abisso, il profondo blu. All’aperto manca il controllo mentale che in piscina crea l’effetto mantra, la sensazione estatica che favorisce l’autoconoscenza. Chi non lo capisce e si annoia, vuol dire che l’acqua non gli parla».

Ma la società segreta, la compagnia sommersa dei nuotatori è più vasta e varia di quanto si creda. La frequenta in tutti e cinque i continenti l’architetto olandese Rem Koolhaas, autore di Delirious NY, teorico di Junkspace (Quodlibet 2007) creatore tra l’altro di campus e ville dotate di piscina sul tetto, che non si muove dagli studi di Amsterdam e New York se non gli garantiscono che troverà una vasca per nuotare una, due ore al giorno. Predilige gli impianti comunali. «In una sola settimana ho provato a nuotare in Lagos, a Milano, in Svizzera, a Rotterdam, Londra, L.A. Las Vegas», ha raccontato. «E ho visto sette culture, sette tipologie del corpo, sette stili di movimento, sette concezioni del pudore, dell’igiene, dell’intimità e dell’identità». Prove di fisiognomica e ricognizioni di antropologia registrate con chiarezza nell’acqua. Che non lascia trasparire solo vani miraggi se, ha detto Koolhaas in un’intervista a Die Zeit «la piscina è l’ultimo luogo dove vedo realizzata l’utopia di una società senza classi. Ci si abbandona completamente, senza vestiti, senza pose o segni di status. Capisco moltissimo di un Paese osservando come regolamenta il nuoto». In Olanda, Germania e Australia è così da un pezzo, ma di recente anche in Italia si è introdotta in certi impianti la possibilità di far nuotare in solitudine le islamiche spogliate del burqa e inguainate in un “burquini”. Chissà che il mondo globalizzato non si possa leggere davvero, come suggerisce Koolhaas,  anche SUB specie aqvatica. 

 

 

 

Allenamento per la mente

A Giuseppe Vercelli, docente all’Università di Torino e psicologo dello sport che allena gli atleti con l’ipnosi abbiamo chiesto:

Dottore, perché il nuoto giova tanto alla mente?

Come attività motoria non agonistica è un ottimo interruttore dell’attività quotidiana. Essere avulsi dal tempo, immersi in un altro elemento, favorisce la concentrazione su se stessi.

Il movimento è uguale e ripetitivo: per mantenerlo la mente non deve intervenire. A livello di attività cerebrale ne consegue un’alta produzione di raggi alfa, che favoriscono uno stato di lucidità, concentrazione, rilassamento. E un migliore utilizzo dell’energia a disposizione.

Che accade nella testa di chi nuota

Tecnicamente il ritmo agisce sul miglioramento della sincronia. Contare le vasche, o le bracciate, aiuta cioè a mantenere la connessione tra il corpo e la mente. Il ritmo ognuno se lo dà a seconda dell’obiettivo che si prefigge. Non è detto che debba essere il risultato, il tempo ottimale per una gara. Si può seguire il proprio ritmo interiore recitando un ritornello, un mantra.

Nuotare con costanza può creare dipendenza, come una droga?

Come altri sport, nuotare fisiologicamente produce endorfine che, se fanno l’effetto di una droga naturale, creano una dipendenza sana, buona. A differenza di tutti gli altri sport, il nuoto isola, e favorisce l’ingresso in una terza dimensione.

Nuotare all’aperto, in acque libere è diverso?

C’è un elemento in più da attivare a livello mentale rispetto al nuoto in piscina: la capacità di adattamento. Il contatto con l’ambiente richiede un’attenzione costante: perciò è meno rilassante.

Il nuoto è terapeutico?

Il corpo in acqua può essere più agile e muoversi con più facilità: dunque il nuoto può essere in molti casi un buon esercizio di riabilitazione. Pere quel che riguarda la mente, invece, l’acqua è sempre regressione: è associata a una simbologia del materno e della rinascita. Immergersi in acqua permette di regredire a uno stato primordiale: dà sollievo quando si mentalizza troppo. Se uso la mente per amplificare i problemi, l’acqua facilita un atteggiamento più corporeo: mi restituisce alla profonda saggezza del corpo.

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2 thoughts on “Il nuoto arte zen

  1. Condivido questo bell’articolo sulla mia pagina Facebook ispirata a L’ombra del massaggiatore nero. Ti ringrazio e lascio un saluto.

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