Con W. G. Sebald: Rotta su Saturno

Schermata 2014-04-19 a 22.03.46Converrebbe aggrapparsi al bandolo di un filo – un filo di seta – per addentrarsi nel libro più denso, oscuro, criptico, labirintico di Winfried Georg Maximilian Sebald. Converrebbe tenere stretta la sua cima per non perdercisi dentro, per venire a capo di una trama di pensieri, intreccio di coincidenze, intrico di reminiscenze e visioni che possono perdutamente ammaliare. O si dovrà cedere volonterosamente alla sua malia. Raccogliere fiduciosi, ignari via via ma via via sempre più attenti, i segmenti di filato, le impunture nel tessuto, i nodi nell’ordito che l’autore – narratore, tessitore e viaggiatore – dissemina sulla propria strada senza apparentemente porgerli al lettore. Procede egli stesso infatti, pellegrino in Inghilterra e viandante siderale orientato da “Gli anelli di Saturno”, in un dedalo dal disegno fatale. Quale che sia l’esito del suo attraversamento – la perdizione, o una rivelazione – sarà impossibile affrontarlo senza mettersi rischiosamente in gioco. Sebald si gioca il tutto per tutto. Punta sul premio finale – la speranza di salvezza, il miraggio di un’uscita, la conquista di un’altezza da cui almeno rimirare i tremendi ghirigori del percorso – a costo di uno smarrimento personale. Il lettore che oggi ripercorre le tracce da Sebald stesso ripassate dopo il suo ritorno è invitato a tentare lo stesso azzardo. E non è detto che ne esca vincente, che approdi a una risoluzione, che attinga l’intuizione dell’arcano che un velo di scrittura sontuosamente ricamata, baroccamente erudita, fittamente intessuta di citazioni, meravigliosamente trapunta di evocazioni lascia trasparire. Sebald però è un giocatore leale. Tende enigmi, non trappole. E’ autore che scrive per una necessità vitale. Anche chi non raccolga rischiando fino in fondo la sua sfida – nessuno è tenuto a farlo: per un sacrosanto diritto all’incredulità, o alla critica presa di distanza – non riesce a evitare di farsi attrarre, spiazzare, disorientare da un’opera tanto estrema e singolare.

“Gli anelli di Saturno. Un pellegrinaggio in Inghilterra” fu scritto oltre un anno dopo il viaggio a piedi compiuto dall’autore nel 1992 nella contea di Suffolk, tra le coste e le lande desolate dell’East Anglia. Fu pubblicato in Germania nel 1995. Tradotto una prima volta in Italia da Gabriella Romagnoli per Bompiani nel 2001. Ed è riproposto oggi, nella nuova versione di Ada Vigliani da Adelphi (307 pagine, 20 euro). In quella zona dell’Inghilterra, all’epoca delle sue peregrinazioni saturnine, Sebald viveva da quasi un trentennio. Vi si era trasferito 22enne nel ’66 dalla Germania dov’era nato – a Wertach, nell’Allgäu, crocevia europeo tra le Alpi bavaresi poco lontano dal confine svizzero e austriaco – un anno prima della fine della guerra mondiale, nel ’44. E ne aveva fatto la sede del proprio esilio volontario dalla madrepatria, abbandonata per sfuggire al senso della colpa dei padri scoperta con uno shock solo nella tarda adolescenza: a 17 anni, in seguito alla proiezione scolastica di un documentario sulla liberazione dei lager nazisti da parte degli alleati.

Con la propria origine però, che grava come un sortilegio sull’intera sua opera e esistenza, Sebald aveva mantenuto, dolorosamente coltivato, un tormentoso legame. I suoi romanzi – dal primo, “Vertigini” del 1990, a “Gli Emigranti del ’93 fino all’ultimo, “Austerlitz” uscito nell’anno della sua morte prematura, il 2001 – sono tutti segnati dalla devastazione novecentesca seguita al conflitto, intrisi del dramma del genocidio, scritti “allineando faticosamente parole e frasi” nella madrelingua tedesca. Di letteratura tedesca contemporanea poi, Sebald fu dall’88 professore ordinario alla East Anglia University di Norwich: proprio al centro della regione percorsa in lungo e in largo camminando per raccogliere, sulle orbite di Saturno, materiale per il suo capolavoro. Lassù, dove si era aggirato con il passo del pellegrino antico, con lo sguardo appuntato sulla memoria delle tragedie europee, incontrò la morte in un tragico incidente automobilistico: mentre guidava con la figlia accanto (salva) nei dintorni di Norfolk, una mattina di dicembre di nove anni fa.

Nove anni prima di quello schianto però, vagando nell’agosto del ’92 per quelle stesse sperdute lande inglesi, aveva vissuto un’esperienza più lenta e tortuosa di annientamento. Lo ricorda all’inizio di “Gli anelli di Saturno”, premettendo il loro svolgersi per cerchi concentrici di crescente dispersione, il loro succedersi come ondate di marea sospinte da un moto di distruzione. Nel corso della sua lunga escursione, scrive, aveva provato “una splendida libertà di movimento”, ma anche “un orrore paralizzante di fronte alle tracce di distruzione” raccolte tra le località dei suoi vagabondaggi e “risalenti al lontano passato”. In seguito, a un anno dal suo viaggio fu ricoverato nel Norfolk and Norwich Hospital in preda a una completa immobilità. E proprio durante la degenza iniziò “a scrivere mentalmente il libro”, trascritto in bella copia più di un anno dopo essere stato dimesso.

Fu dunque guardando giù, “come attraverso un reticolo di garza“ attraverso la finestra schermata da una tenda della sua stanza di malato al nono piano che aveva iniziato a interessarsi a Thomas Browne, il naturalista secentesco collezionista di mirabilia e custode di biblioteche fantastiche come Jorge Luis Borges, che aveva esercitato la professione medica a Norwich e il cui teschio pare fosse sepolto nel museo dell’ospedale dove Sebald si trovava. Di là aveva rivisto la “Lezione di anatomia”, la dissezione del cadavere di un condannato cui Browne in Olanda aveva assistito, e aveva rievocato il quadro di Rembrandt che la ritrae, esposto al Mauritshuis dell’Aja. Aveva immaginato la nuvola di vapore bianco uscita dal corpo esanime con l’autopsia. E notato nel cielo la scia d’aeroplano che segnò “la prima scalfittura della crepa che attraversa la mia vita”, scrive, segno misterioso ed evidente di “un enigma insondabile anche per Thomas Browne”: “dell’invisibilità e inafferrabilità di ciò che ci fa muovere”. Allora, ripensando ai propri ultimi movimenti, alla straordinaria sensazione di libertà provata sul cammino che lo aveva condotto alla paralisi, aveva compianto il caro Michael Pasrkinson: uomo dall’indole candida, innocente, frugale nell’epoca in cui la smania per gli acquisti è per tutti impellente, uso a lunghe passeggiate a piedi e lieto di possedere la felicità “in una forma oggi inimmaginabile di modestia”. Viveva ancora nei giorni del suo pellegrinaggio nel Suffolk, ma all’improvviso morì, “of unknown causes, in the dark and deep part of the night” aggiunge Sebald cambiando lingua con un espediente stilistico cui spesso ricorre: passando dal tedesco all’inglese come si passa dal registro narrativo a quello lirico. Il ricordo di Michael gli aveva fatto tornare in mente un’amica di lui devastata dalla sua scomparsa, Janine: studiosa del romanzo francese letto sempre a partire “dal dettaglio oscuro, mai dal dato palese”; ricercatrice scrupolosa trincerata nel suo studio tra cataste di fogli compilati da un proliferare di appunti; malinconico angelo düreriano che siede meditando tra i segni della distruzione. In tre tocchi, inavvertitamente, dipingendo il ritratto di lei, Sebald lancia tre segnali, tre avvertimenti al lettore. Una dichiarazione di poetica, per lui costruita sull’attenzione al dettaglio, e il suggerimento di usare la stessa attenzione nell’approccio ai suoi testi. L’esposizione di un motivo che percorre tutti i suoi scritti come un refrain: quello del paesaggio di carta, che era il “paesaggio di matita” creato dai microgrammi di Robert Walser, il “Passeggiatore solitario” (Adelphi 2006), il paesaggio di memoria ricostruito negli immensi diari di Chateaubriand, il paesaggio di rovine disteso tra concrete macerie e frantumi di ricordi attorno allo scrittore Michael Hamburger, fuggito dalla Berlina capitale del Terzo Reich e ritrovato da Sebald nella tappa di Middleton del suo viaggio inglese. A 22 anni Hamburger era approdato in Inghilterra nel ’33, proprio come Sebald nel ’66. Si tormentava di scrittura nel Norfolk, proprio come Sebald nel Suffolk. E le cataste di carta cresciute attorno a lui “sembravano ricoperte di melata”. Non è miele ma filato di seta, invece, la scrittura emessa come una secrezione organica dal poeta ottocentesco Algeron Charles Swinburne che, vorace e laborioso come un baco, si imbozzolò in quei dintorni nel suo romitaggio inglese “per gettarsi disperatamente nella scrittura come in una forma radicale di autodistruzione”. In un presagio di distruzione, appunto, sta il terzo memento richiamato nelle prime pagine dal ritratto di Janine. Della distruzione “Gli anelli di Saturno” dispiegano i sintomi, le tracce documentate, le minacce paventate, i segni fatali in una serie vieppiù amplificata,  nella sequenza temporale tipica dell’orbita che perpetua in eterno, ripete sempre identico lo stesso ciclo. Sebald, nei suoi excursus, la vede dappertutto. E non importa neanche, si può credere, rintracciarne le testimonianze lungo il tracciato esatto del suo percorso, sui punti precisi che scandiscono il suo iter nel ’92: le coordinate geografiche del suo tour, infatti, si spalancano per proiettarlo in un viaggio nel tempo.

A Lowestoft, al cospetto dei ruderi di certe costruzioni coniche medievali, riconosce il mausoleo di una civiltà andata in rovina, o il monito a una civiltà che va in rovina. A Somerleyton, vicino al parco ormai inselvatichito del palazzo principesco ormai sull’orlo dello sfacelo, registra il numero dei campi di aviazione da cui decollarono i velivoli che bombardarono la Germania negli attacchi aerei del 1940. Sul ponte di ferro gettato sul fiume Blyth ascolta lo sferragliare dei convogli della Great eastern Railway su cui nel 1875, all’indomani della guerra dell’oppio, il dragone orientale correva verso il suo declino. Sulle rive di Southwold assiste alla battaglia navale in cui, nel 1672, si scontrarono la flotta britannica e la olandese. E sulle spiagge di Dunwich, guardando le onde, sente crescere le maree che, nel 1286 e nel 1321, si avventarono come arieti sulle coste per erodere la terra.

Il pellegrino di Saturno cammina in Inghilterra su circuiti grandiosi. Si fa prendere come da un gorgo nelle spirali della storia. E, pur percorrendo distanze secolari, siderali, ha a tratti l’impressione di girare a vuoto – nel vuoto -, ruotando sempre attorno allo stesso centro di gravità immobile. Più d’una volta incorre nelle volute di un labirinto: tra le siepi di tasso di Somerleyton, tra i rami ritorti della brughiera di Dunwich, tra le dune sabbiose dei Sandlings di Orford. Più d’una volta, muovendosi (liberamente?) sente di non procedere affatto. Basta che cambi i suoi punti di riferimento sull’orizzonte, che tenga d’occhio una vela che naviga al largo, o un’ampia linea di costa e, camminando, ha la netta sensazione di non avanzare di un passo. Resta invisibile, inafferrabile, ciò che lo fa muovere. Dall’altezza giusta, però, capita di cogliere una balenante intuizione. “A strapiombo sul Mar del Nord”, scrive, “percepii il lento avvitarsi del cosmo nell’oscurità”.

Eppure Sebald non procede a tentoni nel buio. Gli importa eccome orientarsi su coordinate esatte, su riferimenti puntuali: età, segnavia, coincidenze apparentemente casuali. Correda questa, come tutte le altre sue narrazioni, di luoghi, date, ritagli di giornale, mappe, disegni, immagini d’archivio. Le fotografie, sempre giustapposte alla scrittura, sono per lui un mezzo espressivo essenziale, un momento privilegiato di testimonianza (anche stilistica) originale. Ma in generale il paradigma documentario è prediletto da Sebald per la sua straordinaria portata di verità: poetica, metafisica, oltre che conoscitiva. Il suo metodo svagatamene e minuziosamente associativo gli permette di riconoscere le manifestazioni del mistero nella storia come nella vita ordinaria, nella quotidianità. Il suo modo di procedere – sulla carta come sulla strada – affidandosi alle associazioni di idee e ai ricordi, alle coincidenze e agli incontri, alle corrispondenze, le agnizioni, le affinità elettive, ha per lui una rigorosa, imperscrutabile necessità. Importa eccome che a Norwich fosse ricoverato là dove fu seppellito il teschio di Thomas Browne. Che a Middleton, nell’alloggio di Michael Hamburger, ci fossero le vestigia di un’infanzia berlinese che avrebbe potuto essere la sua. Che nel destino di quell’esule, come in quello di tanti altri «Emigranti», «Passeggiatori solitari» e spiriti erranti – Borges e Nabokov, Walser e Chateaubriand, Kafka e Wittgenstein (uno degli alter ego del protagonista di «Austerlitzt»), Conrad e Stendhal (di cui «Vertigini» ripercorre il viaggio in Italia) – riconosca il destino suo proprio.

Sono legami sottili, intrecciati nell’arte, ma viscerali e vitali: come il filato secreto dal baco. Sebald nei suoi scritti va coltivandoli e intessendoli su traiettorie appena percettibili. Nella trama di relazioni allacciate agli anelli di Saturno ne lascia scintillare solo a intermittenza il serico brillio. Da captare con il cannocchiale o con il microscopio. Con uno sguardo astronomico o entomologico. Con occhi che, da una distanza comunque abnorme, intravedono nelle orbite del cosmo o negli orditi di tele da insetto, l’oscura potenza di un simbolo.

E’ nascosto tra i dettagli oscuri dei cieli di Saturno, ma va forse messo in luce come un dato palese, il simbolo che Sebald ricama in filigrana nelle volute della sua scrittura. E’ un filo di seta, appuntato tra le righe di ogni capitolo. Di un mercante di seta era figlio Thomas Browne, nato a Londra nell’ottobre del 1605. In tappeto di seta si trasforma, per la sua estrema metamorfosi, il mutevole Baldauders descritto da Borges nel «Libro dos seres imaginarios». Nel baco da seta, come nei bruchi, nelle falene e nelle farfalle, nella geometria dei cristalli e nella forma delle stelle, i naturalisti barocchi rintracciavano il modello del Quinconce che misteriosamente impronta di sé l’universo. Di seta poi era il lembo purpureo annodato all’urna di Patroclo. Di seta i paramenti allestiti per le esequie dell’imperatore della Cina. Di seta il cappio con cui si impiccarono i principi ereditari su invito dell’imperatrice vedova. E’ un laccio inequivocabilmente funereo, che è però impossibile sciogliere dal fasto, la ricchezza, la bellezza che si trascina dietro. Di seta è l’abito da sposa che le sorelle Ashbury, cadute in disgrazia dopo la carestia e la guerra civile irlandese, cuciono su un manichino decapitato. Di seta la rete nera che cattura migliaia di aringhe luminescenti nel Mar del Nord. Di seta i nastri del cappello su cui Charlotte Ives, innamorata sedotta e abbandonata da Chateaubriand, porta il lutto per una giovinezza e un amore sprofondati nell’ombra.

In penombra, impigliata dietro questa matassa inestricabile di fili, c’è la creatura alata che li ha generati. E’ la tignola, la farfalla Saturnia, la falena del baco da seta: animale notturno che vola attraverso le pagine di Sebald come un emblema della sua scrittura e che, leggera, impalpabile, si posa accanto a tanti suoi personaggi. La inseguono i “butterfly men” di “Gli emigranti”: il dottor Selwyn, scienziato lituano emigrato a Norwich, Vladimir Nabokov, emigrè russo approdato a Ithaca nel Nuovo Mondo. La ritrova in svariati esemplari Jacques Austerlitz, il vagabondo che, in cerca delle proprie origini, finisce nel gabinetto naturalistico del prozio Alphonso ad Andromeda Lodge. Per vedere i colori inconcepibili di quegli esseri senza peso – avorio, argilla, polvere d’oro, ottone, zafferano – il suo bizzarro parente cacciatore di farfalle indossava occhiali dalla montatura speciale. «In luogo delle lenti avevano tesa una rete di seta grigia, sicché attraverso quel velo sottile i colori sbiadivano e il peso del mondo andava dissolvendosi». Proprio come attraverso la cortina di garza che scherma la finestra di un malato. Ma proprio soffrendo il male di una cosmica dissipazione, anche scrutando i frammenti di luna distrutti dalle maree di Saturno, Sebald poté scorgere il miracolo di un colpo d’ala: ammirando il volo delle farfalle più saturnine e lunari come «un balenio dell’irreale nel mondo reale».

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