Archivio mensile:maggio 2013

Darwin punto dalle meduse

Schermata 2014-05-09 a 05.25.49Fiori d’acqua, corolle danzanti, sottane fluttuanti, abissali dischi volanti. Nel peggiore e più prosaico dei casi, paralumi diafani, paracaduti, ombrelli. Ma a nessuno venga in mente di paragonare quella loro calotta sferica a una testa. Le meduse non ne hanno una. Non hanno un cervello, non sono dotate di un sistema nervoso centrale. “Se la cavano tranquillamente con il sistema nervoso a rete”. Anche per questo piacciono tanto alla professoressa Inge Lohmark, insegnante di scienze in un liceo della Pomerania Anteriore – Germania nord orientale, ex DDR – e protagonista di uno dei romanzi più stupefacenti letti in questa stagione. L’ha scritto la tedesca di Greifswald Judith Schalansky, classe 1980, una ragazza. L’ha pubblicato la scorsa estate in Germania con il titolo “Der Hals der Giraffe”, “Il collo della giraffa”. E l’ha appena tradotto l’editore Nottetempo con il nuovo titolo suggestivo di “Lo splendore casuale delle meduse”: suggestionato certo dalle figure seducenti di Ernst Haeckel, lo zoologo tedesco che tra Otto e Novecento ispirò l’art nouveau, l’autore delle magnifiche illustrazioni che la professoressa del romanzo aveva staccato da un volume trovato nell’archivio della scuola – sicuramente le “Kunstformen der Natur”, “Forme artistiche della natura” – e appeso nel corridoio davanti all’ingresso della sua classe perché “ogni giorno la loro vista era una benedizione”.

Già, la vista delle meduse faceva bene a chi quotidianamente si apprestava a chiudersi in un’aula con un gruppo – piuttosto esiguo tra l’altro – di giovani vertebrati terrestri tutti presi dall’impegno vitale di crescere. Quegli scervellati animali acquatici, invece, discesi dalla famiglia antichissima dei celenterati, erano perfetti dalle origini. E, nell’armoniosa eleganza della loro struttura radiale, nell’equilibrio impeccabile della loro simmetria raggiata, dotate di una bellezza senza eguali. Esempio inarrivabile per qualsiasi essere bilaterale. Modello insuperabile per tutti gli animali più evoluti e dimidiati che – l’uomo in primis – dispongono di un cuore e di due occhi, distinguono sul proprio corpo la parte destra dalla sinistra, guardano sempre avanti in una direzione e, ignorando la compiuta felicità di un’esistenza a tuttotondo, non possono fare altro che procedere: nello spazio e nel tempo.

“In principio venne la medusa. Tutto il resto venne dopo”, dice tra sé e sé la maestra di scienze che conosce a menadito tutti i passaggi della storia naturale, le tappe dell’evoluzione delle specie, le progressive conquiste che condussero all’ascesa dell’uomo. Continua a leggere

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Le intraducibili

Schermata 2015-03-21 a 04.05.47Sappiamo tutti di che cosa si sta parlando, ma il più delle volte ignoriamo che c’è una parola per dirlo. Perciò suona come un abracadabra, una formula magica (o un lampo di poesia) l’espressione che, tutto d’un fiato, nomina ciò che si credeva ineffabile, chiama all’appello e a rapporto situazioni o sensazioni “inaudite” solo perché non ancora registrate con un proprio nome, né ancora messe a verbale nella propria lingua. Quando però manca la parola, dorme la citazione calzante dentro un libro mai aperto, il nome sfugge, c’è sempre modo di andarlo ad acchiappare oltrefrontiera. Gli scozzesi dicono “to tartle” quell’esitazione balbettante e imbarazzata di chi, di fronte al suo interlocutore, è sopraffatto da un vuoto di memoria, dimentica il nome del tizio con cui sta parlando, e magari – circostanza aggravante – deve pure presentarlo a una terza persona che non vede l’ora di farne la conoscenza. Allora cerca invano con gli occhi, schiocca le dita, prova diplomaticamente a stimolare suggerimenti e alla fine non può fare altro che ammettere la sua imperdonabile dimenticanza. Aiuta in questo caso a cavarsi dagli impicci chiamare la pausa di silenzio col suo nome, scusarsi e riannodare il filo della conversazione chiedendosi per esempio se in Scozia capiti più spesso che altrove di incappare in una così comune defaillance.

Colma un diverso vuoto di parole quel che i tedeschi definiscono un “Treppenwitz”, che alla lettera corrisponde allo “humour delle scale”, alla battuta che ti viene in mente quando ormai sei già in fondo ai gradini, alla risposta a tono che avresti voluto dare a chi ti aveva zittito su di sopra, quand’eri ancora in sala, prima che, con la bocca chiusa e le pive nel sacco, avessi deciso di scender giù verso l’uscita. Continua a leggere

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