La voce del Muro

Schermata 2014-11-16 a 14.16.35Fu eretto in una notte 53 anni fa. In una notte 25 anni fa fu distrutto. E il tempo che impiegò a incidere “un taglio nella carne”, “nella testa” e “attraverso il paese” dei tedeschi è pari almeno a quello impiegato poi a smaterializzarsi, perdere sostanza, trasformarsi lentamente da barriera, cesura, ferita aperta, in un’ombra, uno spettro, una fata morgana. Una ancora sensibile se pur non più visibile cicatrice. Una linea di orizzonte: lontana, intangibile eppure ancora buona a orizzontarsi. Parliamo del Muro di Berlino. “Un taglio nella propria carne / un taglio attraverso la terra” sintetizzava in due versi del 1992 il poeta Bernd Jentsch. “Un muro nelle teste” lo aveva definito dieci anni prima lo scrittore Peter Schneider, profetizzando nel 1982 che ci sarebbe voluto più tempo a sradicarlo dall’immaginario dei suoi connazionali di quanto avrebbe potuto impiegarne un’impresa di demolizioni per abbatterlo. Nel corso del quarto di secolo passato dal suo crollo – l’anniversario della caduta si celebra il 9 novembre – la letteratura non ha effettivamente smesso di misurarvisi. Prendendone via via distanza, sì: sulle prime la distanza dell’ironia, del disimpegno, del disincanto, e alla lunga quella adatta a proiettarvi visioni emblematiche, simboli, parabole. Ma facendovi costantemente riferimento. E’ di quest’autunno, per fare l’esempio più recente, l’acclamato (e bellissimo) romanzo d’esordio del poeta “ostdeutsch” Lutz Seiler: “Kruso”, uscito a settembre da Suhrkamp, premiato alla vigilia della Fera di Francoforte con il Deutscher Buchpreis (il più prestigioso riconoscimento letterario tedesco, garanzia di successo di vendite in libreria) e annunciato in traduzione italiana per maggio dall’ottimo editore Del Vecchio. Ebbene, si tratta del racconto magico-realistico, narrato con un distillato di parole (solo un poeta avrebbe potuto secernerne di così dense e cristalline) dell’ultima estate della DDR, vissuta da un ragazzo in fuga sull’isola baltica di Hiddensee. Negli anni della divisione furono molti i giovani, gli artisti, gli utopisti che su quell’estremo frammento di terra teutonica alla deriva verso il Grande Nord avevano cercato uno spazio di rifugio, la sede di una temporanea emigrazione interna, la meta di una vacanza: Gerhart Hauptmann, Christoph Hein, il cabarettista Ringelnatz… Nell’ultima stagione della Repubblica Democratica Tedesca tanti cittadini orientali esasperati dal regime, da Hiddensee tentarono di raggiungere l’isola danese di Møn, distante una cinquantina di chilometri, a costo di fare naufragio nelle acque dell’Ostsee. In questo clima approda a Hiddensee – cercata come una promessa di libertà – il protagonista del romanzo di Seiler. Si chiama Edgar, ha ventiquattro anni, ha appena perso la fidanzata in un incidente, ha bisogno di ritrovare se stesso e incontra invece il figlio di un generale sovietico, Alexander Krusovitsch, alias “Kruso” – ovvero la versione alla tedesca di un Crusoe –: buttato a riva come lui dai marosi della vita e della storia e pronto a insegnargli che la via verso la salvezza non è quella che porta al di là del mare, o al di là del muro. Lutz Seiler ambienta insomma il suo corposo romanzo sulla fine di un’epoca nell’estate dell’89 senza menzionare quasi i fatti dell’89. Racconta l’amicizia tra due uomini. E traspone il loro malessere, le loro insofferenze, le loro ansie libertarie in una robinsonata. Su questa stessa linea d’onda, l’ondata che travolge dei naufraghi, o che spinge in un mondo a parte una compagnia di rassegnati al naufragio, era sintonizzato un altro bel romanzo di qualche anno fa, “La torre”, di Uwe Tellkamp, pubblicato nel 2008 e tradotto da Bompiani nel 2010. Con una prosa alta, fitta di risonanze letterarie, narrava gli ultimi anni dello stato socialista e ritraeva, in uno sfaccettato quadro sociale, il profilo di personaggi tutti intenti a escogitare espedienti per sfuggire alla censura, alla sorveglianza, alla delazione, e realizzare i propri sogni in una sfera tutta intima e privata. Qualche maligno (sulle pagine della Frankfurter Allgemeine Zeitung) ha accusato Seiler di aver ripreso da Tellkamp toni della narrazione e ingredienti del successo. Premesso che è assai improbabile vi sia qualche legame – men che meno di plagio – tra due scritture tanto originali e diverse, i due autori si possono citare assieme solo per rilevare una chiara tendenza verso il simbolismo e l’interiorizzazione della più recente “Wendeliteratur”, la “letteratura della Svolta”. Ben altro registro avevano scelto – dopo l’iniziale, spiazzata afasia seguita al crollo del muro per un buon quinquennio – gli scrittori che avevano preso la parola nelle immediatezze della Svolta. E quanto atteso fosse in Germania il giudizio pronunciato in letteratura su una rivoluzione di quella portata è dimostrato dal fatto che i primi libri usciti sul tema dopo la riunificazione furono clamorosi bestseller. Resta indimenticato l’irresistibile “Helden wie wir”, “Eroi come noi”, uscito nel ’95 e tradotto nel ’99 da Mondadori, capolavoro picaresco di Thomas Brussig che per raccontare i giorni del novembre ’89 e la stralunata sorpresa di chi visse la caduta del Muro, cede la parola al logorroico personaggio di Klaus Ultzscht. Lo convince, alimentando il suo megalomane delirio di onnipotenza (virile), di aver abbattuto i confini con il suo pene eretto. E gli assegna il compito di descrivere istituzioni e miti della DDR – la Stasi, la Sed, i circoli giovanili della FDJ, i campi per Pionieri in vacanza – a un incredulo, esterrefatto giornalista Usa. La comica, la satira, la derisione, il “Witz”, cioè una forma tutta tedesca di humour canzonatorio, funzionarono in maniera travolgente per sdrammatizzare la radicalità dei cambiamenti in corso e dar sfogo al bisogno di catarsi e liberazione. Leggero, scanzonato, frammentario, cronachistico era anche l’impianto delle “Simple Storys” di Ingo Schulze (autore tradotto in Italia da Feltrinelli) uscito tre anni dopo, nel ’98, come un mosaico di racconti di vite quotidiane vissute da gente comune nell’immediato dopo-Svolta. Più meditata e soavemente autoironica si fa nel giro di alcuni anni la posizione dello stesso Schulze, che nel 2005 in “Nuove vite” si cala nei panni dell’alter ego Enrico Türmer, aspirante scrittore dell’Est che, catapultato all’Ovest, si ritrova a scoprire il gusto del caffè espresso, l’odore dei soldi cash, lo spirito di affermazione e la smania di competitività non proprio o non sempre come delle meraviglie. E che nel 2009 risospinge indietro all’estate di vent’anni prima gli edenici protagonisti del suo “Adam e Evelyn”, li mette di fronte alla tentazione biblica della fuga verso Occidente attraverso i confini dell’Ungheria, e li lascia in preda al dilemma se la scelta del passaggio oltre frontiera corrispondesse a un approdo in paradiso o al peccato originale. Comunque di lì a poco sarebbe seguita la caduta, che, in questo divertito gioco di rimandi al libro della Genesi e al mito della cacciata, prende una connotazione chiaramente negativa. Abbiamo citato tutti autori orientali. Quello del Muro, della sua caduta, della Svolta, della riunificazione è infatti un tema loro. Per proteggere l’Oriente, lo stato socialista, il progetto di un rinnovamento della politica tedesca dopo il crollo del Terzo Reich era stato costruito “il vallo antifascista”, il bastione di difesa dal capitalismo, come un portato del secondo confitto mondiale. Il fallimento del progetto democratico, il tradimento dell’utopia, la sconfitta del socialismo, il rifiuto di un regime trasformato in quarant’anni nel secondo crimine totalitario del Novecento avrebbero portato al suo sgretolamento. Chiaro che i più colpiti, i più coinvolti, i più segnati furono gli autori (e in generale i tedeschi) cresciuti all’ombra del Muro, vissuti nel clima della DDR, improntati a un preciso sentimento nazionale, radicati in una sempre ribadita ideologia. Da Ovest l’esperienza della Svolta è vissuta in modo meno personale, meno esistenziale, con un inevitabile distacco emotivo, con quella sorvegliata presa di distanza da cui si può impostare o sguardo critico “sul campo lungo”. Come ha fatto Günter Grass nel romanzane del ’95 “Ein weites Feld”, “Un vasto campo” (Einaudi), che inquadrava la Wiedervereinigung nel più ampio contesto storico risalendo addirittura alla riunificazione bismarckiana del 1870. E che ribadiva in forma letteraria ciò che il Nobel aveva scritto a botta calda nel suo diario all’indomani delle prime libere elezioni della Germania riunificata: che non già di riunione, bensì di annessione, di colonizzazione dei nuovi Länder da parte della Repubblica Federale si trattava, e di un bieco materialismo travestito da afflato nazionale (si veda “Unterwegs von Deutschland nach Deutschland”, 1990, tradotto da Einaudi solo due anni fa con il titolo “Da una Germania all’altra”). Meno polemico di Grass (il Grass socialdemocratico con gli scheletri nazi nell’armadio), ma non meno pungente è il tedesco occidentale Friedrich Christian Delius che, ugualmente nel 1990, se ne uscì con il divertente apologo su “Le pere di Ribbeck”, un raccontino che fa il verso a una ballata di Theodor Fontane che i tedeschi imparano a scuola e che svolgendosi su tre piani temporali – l’Ottocento di Fontane, i quarant’anni della DDR e i festeggiamenti per la riunificazione – sbeffeggia le pretese degli occidentali di andare a piantare a Ribbeck, in onore di Fontane e della ritrovata unità nazionale, un pero che dà frutti bellissimi ma del tutto insapori. Dall’Ovest del libero mercato, delle società di produzione e delle colture intensive, ci si permetteva l’ironia, la comparazione storica, la ricostruzione critica. A Est si sviluppava in varie forme e a diverse intensità a seconda soprattutto dell’età dell’autore – degli anni che aveva all’epoca della costruzione e poi del crollo del Muro – la ben nota e pressoché stereotipata “Ostalgie”. O “Nostalgie”. O, al limite, “Osttrotz”. Mal d’Oriente. Nostalgia dell’Est. Fierezza e orgoglio tutti orientali. Ne soffrono alla lunga, passato l’entusiasmo iniziale, l’ebbrezza del Mauerfall, i personaggi di Schulze. Ne soffre la poetessa sportiva, ex campionessa di atletica leggera (vittima ignara del doping di stato) – e autrice di raccolte di versi e racconti Ines Geipel, che ha appena pubblicato la collezione di storie vere “Mauerkinder. Ein Porträt”: i figli del Muro, ritratto dei venticinquenni di venticinque anni fa, degli odierni cinquantenni che hanno vissuto metà della loro vita dall’altra parte e hanno saputo reinventare fieramente una nuova identità di Ostdeutsche fatta di disponibilità al cambiamento, capacità di improvvisazione e forza di andare avanti. Ne soffrono quelli che non hanno mai creduto nell’illusione socialista, come Angelica Klüssendorf che fuggì all’Ovest nell’85, sposò il principe della critica letteraria Frank Schirrmacher (giornalista della FAZ scomparso all’inizio dell’estate scorsa), che nella storia di “Das Mädchen”, “La ragazza” (tradotto in Italia da L’Orma editore) descrive con crudezza e con freddezza lo squallore della vita quotidiana sotto il regime, e che ancora adesso, a quasi trent’anni dalla sua fuga dall’Oriente attribuisce fermezza, forza di carattere e determinazione alla protagonista del suo ultimo romanzo “April”, ovvero “la ragazza” dell’Est ormai cresciuta. A rigore lo spirito della (N)Ostalgie si radica in quella frangia di intellettuali anarcoidi, anticonformisti, libertari, votati alla pura espressione della creatività e di un’arte estranea a ideologie o utopie politiche che a Berlino Est orbitavano nel circuito clandestino di Prenzlauerberg, il variopinto quartiere underground a nord del centro diventato di gran moda dopo la svolta e oggi purtroppo trasformato nel centro di raccolta dei più stucchevoli alternativi (spesso italiani che vorrebbero atteggiarsi a berlinesi). Peccato che di quei sedicenti alternativi di allora – ovvero Sascha Anderson, ribattezzato Sascha “Arschloch” (cioè “Asshole”, come dire “Sascha lo stronzo”) dal cantante comunista Wolf Biermann, e Rainer Schadlinski – si rivelò la collusione con il dirigismo di stato, la collaborazione con la Stasi e si vanificò la legittimità morale del loro sbandierato dissenso. La denuncia del loro tradimento segnò il culmine e la fase finale di quel “Literaturstreit”, la grande controversia letteraria, l’impetuosa bufera mediatici che investì da Occidente l’intellighenzia della RDT subito dopo la riunificazione. Al centro delle polemiche, sollevate dalle pagine della Zeit (da parte di Ulrich Greiner), della FAZ (il suddetto Schirrmacher) e dal programma televisivo “Das literarische Quartett” condotto da Marcel Reich-Ranicki, finì l’intero milieu culturale tedesco orientale, a partire dagli autori “riformisti” della prima generazione – Christa Wolf, Volker Braun, Heiner Müller, Christoph Hein – che nel dopoguerra avevano creduto all’utopia democratica e, nonostante lo smacco sempre più evidente del socialismo reale, non si erano mai rassegnati a passare all’Occidente e al capitalismo. Accusati di ambiguità morale, di opportunismo politico, di connivenza col regime, all’indomani del crollo – del Muro e dell’intera eredità culturale di cui erano rappresentanti – si videro chiamati a un doloroso redde rationem. Per loro, che sono i più vecchi, i figli della guerra, nati negli anni Trenta e già grandi all’epoca della creazione del Muro, la nostalgia o il mal d’Oriente prende una coloritura diversa, più cupa e desolante, che non per i “Mauerkinder” nati trent’anni dopo. Per loro il dolore dell’Est è un misto di rimpianto, rinuncia, delusione, lutto esistenziale, disperazione. Si pensi al percorso della Wolf, la superomistica “Übermutter” della DDR – come beffardamente la definì Thomas Brussig -: poetessa di stato, autrice formatasi nell’adesione totale al socialismo, che in una possibile riforma umanitaria della Repubblica Democratica credette fino a tutto il 1989. Dalla scelta d’amore di “Il cielo diviso” (scritto a 34 anni nel ’63, due anni dopo ch’era sorto il Muro), in cui la protagonista Rita rinuncia al suo Manfred pur di restare a Est e di non rinunciare al proprio paese, alle invocazioni inascoltate di una “Cassandra” testimone dello sfacelo della nazione, al canto del cigno di “Che cosa resta”, il libro messo sotto processo dalla critica occidentale conservatrice con l’accusa di essere una troppo comoda denuncia tardiva del regime uscita solo quando il regime era dissolto (ma il testo fu scritto tra il ’79 e l’89, all’indomani dell’espatrio forzato di Wolf Biermann e dell’espulsione della Wolf, messa ormai sotto stretta sorveglianza della Stasi, dall’unione degli scrittori della DDR). Un simile cammino porta inevitabilmente a non sentirsi a posto in “Nessun luogo da nessuna parte”. Condannati, scriveva la narratrice protagonista autobiografica di “Che cosa resta” alla “sventura del non vivere” e alla “disperazione del non aver vissuto”. Come non leggere un’opera simile, al di là delle sempre tendenziose e pretestuose polemiche ideologiche, come un capitolo cruciale di storia tedesca, l’emblema di un’epoca e della sua fine? (Per una versione meno patetica dello stesso passaggio epocale si veda il toccante, divertente, esilarante “Good bye Lenin” di Wolfgang Becker). Ma stiamo parlando della preistoria. La Wolf, scomparsa ottantaduenne nel 2011, non c’è più. Non esiste più il pubblico di lettori cui si rivolgeva, i suoi canoni espressivi sono diventati obsoleti, e perfino i suoi detrattori – Frank Schirrmacher, Marcel Reich-Ranicki – sono defunti. Eppure sul lungo termine, rimbalzata su una linea imprevedibile da una svolta all’altra (dopoguerra-divisione-riunificazione) un’eco della crisi vissuta dalla sua generazione si risente in certi casi estremi ancora oggi. I nipotini della Wolf, i figli dei figli di coloro che con il crollo del Muro si ritrovarono in un vuoto di valori, hanno patito di riflesso l’assenza di riferimenti sottratti ai loro genitori e insegnanti con il tracollo di un intero sistema politico e sociale. Bambini all’epoca del Mauerfall e oggi più o meno trentacinquenni – parliamo sempre di ex tedeschi dell’Est – sono i coetanei di quei terroristi di destra emersi dal sottobosco nazista (il Nationalsozialistischer Untergrund) che negli ultimi anni ha dato espressione nel modo più violento al “sordo risentimento della generazione della svolta”. Suona così il sottotitolo del bel libro che Sabine Rennefanz, nata nel Brandeburgo nel ’74 e giornalista della Berliner Zeitung, dedica agli “Eisenkinder” risucchiati nella voragine aperta dal crollo del Muro quando erano troppo piccoli per fare delle scelte, per avere le proprie opinioni o certezze più confortanti di quella di essere del tutto sprovveduti e declassati a cittadini di serie B. Ma non vogliamo concludere questa rassegna ricordando il Rechtsradikalismus. Né tracciare una parabola che, prendendola alla lontana, dal nazismo, al vallo antifascista riporta a fenomeni estremi di neonazismo. Dialettiche storiche, percorsi evolutivi, cammini progressivi o marce progressiste sono solo il frutto di costruzioni narrative e trucchi retorici, riconosce la smagata professoressa di scienze protagonista del più bel romanzo tedesco letto l’anno scorso: “Lo splendore casuale delle meduse” (così tradotto da nottetempo, il titolo originale era “Der Hals der Giraffe”) di Judith Schalansky, che è nata a Greifswald, sul Baltico, quand’era ancora DDR nel 1980. Rassegnata a tirare fino alla pensione insegnando in uno spopolato liceo di Pomerania, nuovo Bundesland divenuto occidentale dopo la Svolta, la vecchia prof osserva senza speranze l’apatia e l’indolenza dei suoi alunni: indifferentemente scettica sugli esiti dell’evoluzione delle specie, di qualsiasi rivoluzione, del materialismo storico, o della per lei del tutto nuova competitività capitalista.

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One thought on “La voce del Muro

  1. bordorienzi ha detto:

    Ho letto e apprezzato il tuo articolo sul Foglio di sabato: ho stimoli librari per i prossimi sei mesi! Non è citato, se non ho letto male, l’ottimo “Zonenkinder” di Jana Hensel, ben lungi dall’essere superba letteratura ma essenziale per comprendere la generazione cresciuta all’ombra del Muro.

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