Archivio mensile:febbraio 2015

Buffalo Ballad

Female bison with young“Il tuono rullava sulla prateria. E poi ci fu silenzio». «Le Grandi Pianure erano un oceano ondeggiante di groppe ispide e scure. Poi venne il deserto». Due frasi stringate che dicono tutta una storia. Potrebbero essere i distici di un’epopea, i versi di una cosmogonia, i frammenti di un mito fondativo. Invece sono due lapidarie didascalie che accompagnano il poema per immagini composto da una coppia di coniugi avventurieri – i fotografi tedeschi Heidi e Hans Jürgen Koch – e dedicato all’animale simbolo delle grandi spianate del Nord America, il bisonte, il bufalo. Poema narrativo: una ballata. “Buffalo Ballad” è appunto il titolo della rassegna di scatti in bianco e nero raccolti nel corso di tre anni di viaggio attraverso il Midwest degli Stati Uniti – nel Nord e Sud Dakota, in Wyoming, Colorado, Montana: nel cuore di quella che fu e non da molto è tornata a essere la terra dei bisonti -, pubblicati dalle edizioni viennesi Lammerhuber in un volume di proporzioni monumentali (208 pagine, 110 fotografie, 99 euro) appena insignito del “Deutscher Fotobuchpreis Gold 2015”, il premio tedesco per il miglior libro fotografico dell’anno, e presto esibiti in una mostra al museo di storia naturale di Vienna che si terrà tra aprile e ottobre prossimi.

Andranno al Kunsthistorisches Museum eppure non sono affatto – si vede al primo sguardo – foto naturalistiche o documentarie. “Le nostre non sono nemmeno”, preme sottolineare alla coppia dei loro autori, “fotografie romantiche o nostalgiche”. Sono immagini epiche, dacché il soggetto che rappresentano, il loro protagonista assoluto, ha incontestabilmente la facies di un eroe. E’ – o fu – il gigante, il titano, il sovrano della prateria. Il re delle infinite distese dei Great Plains. Il più grande proprietario terriero del Nord America. Questo, naturalmente, prima di essere espropriato dei suoi possedimenti e del suo habitat. Prima che il mito venisse a incrociarsi e a scontrarsi con la storia.  Continua a leggere

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Una Lolita sulle parallele

Schermata 2015-02-09 a 02.38.34Sorridere le avrebbe fatto perdere punti. Ma perché sei sempre così seria?, le avevano chiesto in conferenza stampa dopo il leggendario exploit con cui aveva mandato al diavolo la forza di gravità, mandato in tilt i computer collegati al tabellone segnapunti e messo a segno un dieci perfetto: voto assolutamente inaudito nonché del tutto incalcolabile in base agli strumenti tecnologici e ai parametri olimpionici dell’epoca. Accadde a Montréal, nel 1976. “La piccola comunista che non sorrideva mai”, ovvero la giovanissima ginnasta rumena Nadia Comaneci, aveva provocato una e più rivoluzioni ruotando su se stessa con grazia impeccabile sui dieci centimetri di spessore di una trave. Aveva messo in ombra le atlete sovietiche. Aveva fatto impallidire le gran dame russe: Ljudmilla Tourischeva, rigida come una statua, “orribilmente femminile” – scrisse perfidamente qualcuno – in confronto a quell’agile folletto 14enne in tutina bianco niveo; e Olga Korbut, la fata di una volta, la bimba prodigio di Monaco ’72 (ma già allora aveva 17 anni), la piccola che, quattro anni dopo, a Montréal, benché ormai 21enne e donna fatta, era chissà come rimasta piccola e appariva tanto patetica con quei codini infantili che si ostinava a portare. Nadia, coi suoi 153 cm di altezza e 39 kg di peso aveva messo fine all’epoca delle ginnaste adulte, sinuose, ben sviluppate e inaugurato un nuovo archetipo di atleta, un nuovo modello di femminilità. Continua a leggere

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