Una Lolita sulle parallele

Schermata 2015-02-09 a 02.38.34Sorridere le avrebbe fatto perdere punti. Ma perché sei sempre così seria?, le avevano chiesto in conferenza stampa dopo il leggendario exploit con cui aveva mandato al diavolo la forza di gravità, mandato in tilt i computer collegati al tabellone segnapunti e messo a segno un dieci perfetto: voto assolutamente inaudito nonché del tutto incalcolabile in base agli strumenti tecnologici e ai parametri olimpionici dell’epoca. Accadde a Montréal, nel 1976. “La piccola comunista che non sorrideva mai”, ovvero la giovanissima ginnasta rumena Nadia Comaneci, aveva provocato una e più rivoluzioni ruotando su se stessa con grazia impeccabile sui dieci centimetri di spessore di una trave. Aveva messo in ombra le atlete sovietiche. Aveva fatto impallidire le gran dame russe: Ljudmilla Tourischeva, rigida come una statua, “orribilmente femminile” – scrisse perfidamente qualcuno – in confronto a quell’agile folletto 14enne in tutina bianco niveo; e Olga Korbut, la fata di una volta, la bimba prodigio di Monaco ’72 (ma già allora aveva 17 anni), la piccola che, quattro anni dopo, a Montréal, benché ormai 21enne e donna fatta, era chissà come rimasta piccola e appariva tanto patetica con quei codini infantili che si ostinava a portare. Nadia, coi suoi 153 cm di altezza e 39 kg di peso aveva messo fine all’epoca delle ginnaste adulte, sinuose, ben sviluppate e inaugurato un nuovo archetipo di atleta, un nuovo modello di femminilità. Incarnava la ginnasta assoluta: pura, leggera, essenziale. Priva dell’impiccio di petto, cosce e fianchi che rallentavano i movimenti, appesantivano i salti, rendevano la figura meno lineare. Con il suo corpicino esile camminava sulla trave con disinvoltura, neanche passeggiasse sul marciapiedi per le vie del centro. Si inarcava all’indietro, lanciava le braccia oltre le spalle e si staccava in volo, tirando un calcio alla luna, per riatterrare ferma, salda, sicura, lieve come una libellula, senza peso. E senza un sorriso. “Se durante l’esercizio pensassi a sorridere rischierei di vacillare. Un’oscillazione di un paio di centimetri mi costerebbe punti di penalità”, spiegò ai giornalisti. Saltata giù dall’attrezzo con un ardito doppio avvitamento non aveva nemmeno alzato gli occhi verso il tabellone, non prima di scivolare dentro la tuta accanto al suo allenatore, il gigante baffuto Béla Károly. La concentrazione tesissima degli occhietti che brillavano sotto la sua frangia si era volta impercettibilmente in un’espressione di perplessità quando apparve il punteggio di 1,00: uno virgola zero zero. Come uno? Ho tremato? Ho sbagliato? Sono atterrata male? Ma no, è un dieci!, chiarì il giudice svedese con le due mani aperte e le lacrime agli occhi. Io le avrei dato anche undici, dodici!, disse emozionato il giudice canadese. Quella prima prova aveva messo in ridicolo il sistema Longines, tarato per segnare al massimo il voto di 9,99. Mai prima di allora era successo che alle Olimpiadi qualcuno riuscisse a prendere dieci. Quell’anno, ai Giochi, Nadia poi di dieci ne prese altri sei, portò a casa tre ori, e con quella pagella eclatante avrebbe scatenato un terremoto geopolitico: la scossa umiliante data all’impero sovietico dallo staterello satellite di cui fino ad allora il mondo conosceva appena l’esistenza. La storia di Nadia Comaneci mette ancora i brividi. Lasciò un segno che ancora resta. Impressionò il mondo, fece sognare stuoli di ragazzine dentro e fuori la Romania che, dal giorno stesso di quella gara, “presero a lasciare nel piatto il dessert dopo cena e a pensare alla linea e alla palestra”, racconta Lola Lafon che di certo fu una di quelle giovani sognatrici. Nata in Francia da famiglia bielorussa e vissuta tra la Romania e la Bulgaria fino ai 12 anni, la scrittrice crebbe con il mito della Comaneci. Giocava “a Nadia” da bambina, anche se poi più che alla ginnastica si dedicò alla danza e alla musica. E al suo idolo dell’infanzia dedica ora il bel romanzo-reportage “La petite communiste qui ne souriat jamais”, che abbiamo letto nella versione tedesca uscita da Piper e di cui Bompiani pubblicherà la traduzione italiana in primavera. Non è affatto vero, a dirla tutta, che la piccola comunista non sorrideva mai. Quando gli ottomila spettatori di Montréal si alzarono in piedi tutti insieme per applaudire esultanti la scolaretta che otteneva il massimo dei voti, Nadia sorrideva eccome. Salutava il suo pubblico “con gioia famelica”, disse di lei, ricordandola con il brivido di chi ripensa al primo amore, Mauro Covacich, che ai tempi di Montréal aveva 11 anni e con la Comaneci aggiungeva per la prima volta al suo mondo di campioni maschi una figurina femminile. Famelica: forse. Ma di quell’innocente ingordigia dei bambini che vogliono vincere tutto, aprire tutti i regali, prendersi tutti i premi. Anche con una punta, perché no, della smania di primeggiare tipica della prima della classe. Non c’è sentore di infanzia bruciata, di sacrificio crudele, di disciplina spietata in quel sorriso: tutti cliché che a Lola Lafon preme di sfatare. Né ancora c’è il presagio della strumentalizzazione politica di quella che sarebbe diventata la bambolina del potere, il vanto e il trofeo del regime, una minifunzionaria dell’acrobatica, l’Eroina del Lavoro Socialista. Quella comunista, piuttosto, su cui subito la coppia presidenziale, Nicolae e Elena Ceausescu, stese la sua ala protettrice e su cui in seguito avrebbe allungato le manacce l’inquietante delfino di stato, Nicu, il figlio del Conducator, avrebbe stentato a mostrarsi sorridente. Avrebbe protetto la propria immagine pubblica avvolgendosi in un’aura di mistero, malinconia, riservatezza, freddezza. In un alone di ambiguità. Facendo scorrere idealmente sulla pagina le immagini di repertorio che documentano, tra il 1969 e il 1990, la parabola della “fata dei Carpazi” – e, leggendo, è irresistibile la tentazione di andarsi a rivedere i filmati dell’epoca, innumerevoli in rete – Lola Lafon decide di corredare il film muto di un sonoro, e inserisce i dialoghi tra la biografa e la biografata sviluppati tramite uno scambio di telefonate e di e-mail. La corrispondenza è completamente fittizia, avverte subito l’autrice: immaginata, inventata. E anche fantasticando di comunicare con l’odierna Comaneci, di raggiungerla negli Stati Uniti dove oggi, 53enne in forma splendida, vive con il marito americano e il figlio di nove anni, Lafon non ne ottiene che risposte sfuggenti e frecciatine piccanti. “Obbedire?”, sbotta ad esempio l’intervistata irritata dalla parola. “Secondo lei noi agoniste saremmo state obbedienti?” Le altre piuttosto, quelle incapaci di forza di volontà ubbidivano all’inerzia e a seduzioni banali: bighellonare il sabato pomeriggio, attardarsi al caffè. “Giovani senza obiettivi e senza futuro”. Sorveglianza? Securitate? E che mi dice dell’essere permanentemente rintracciabili tramite il proprio iPhone? Supermercati? Mia madre pianse la prima volta che vide un supermarket occidentale, avvilita da quell’accumulo di nullità. Voialtri siete costantemente spinti a consumare e a desiderare. A giudicare da tante battute, la “giovane nuova”, la “figlia del progresso”, il prodotto ed emblema del sistema socialista – bella, forte, seria, dotata, efficiente – si direbbe fosse completamente persuasa, calata nella parte. Lo era. E una buona dose di orgoglio nazionalista, dove a lei mancava la parola, pensò il suo coach a manifestarla. “Non avevamo avuto un assaggio dello stile Lolita con la Korbut?”, insinuava la stampa dopo la performance olimpica di Montréal alle parallele asimmetriche. “Niente affatto, noi rappresentiamo la scuola rumena!”, ribatteva seccato Béla Károly che, quando qualcuno si azzardava a evocare le campionesse russe, sputava per terra. Che Nadia non avesse precedenti, Károly fu il primo a notarlo. La riconobbe al primo sguardo quando, giunto nella cittadina moldava di Onesti per aprire un centro di ginnastica con la moglie Márta, la vide giocare nel cortile della scuola un giovedì mattina di settembre. La brunetta coi codini che saltava dappertutto e faceva la ruota era quello che stava cercando. Quando poi le bambine si disposero in fila per due per rientrare in classe, la perse di vista. Tutte quante avevano i codini. Lo avrebbe raccontato in centinaia di interviste, forse ricamandoci sopra anche un po’. La cercò in tutte le aule: “a chi piace la ginnastica?” “chi sa fare la ruota?”, chiedeva interrompendo le lezioni. La stanò solo nell’ultima classe di cui aveva aperto la porta. Era una seconda elementare, Nadia, che sedeva al suo banco coi codini mezzi sciolti a forza di saltare, aveva sette anni. “Non cercavo la più carina, ma la più veloce, la più spericolata, una che non avesse paura di rovinarsi la pettinatura”, ammise Béla, l’uomo che lavorò di fino per costruire il corpo dell’atleta, per affinare la biomeccanica della farfalla dalle gambe di cristallo, della bambola dai muscoli di acciaio e l’ossatura di seta, e per smontare il pregiudizio per cui sport e sudore fossero roba da maschi. Lo fece a forza di piani dietetici e tabelle di marcia quotidiane. Sveglia alle 5.30, dalle 6 alle 8 allenamento, dalle 8 alle 12 scuola, dalle 12 alle 13 pranzo, dalle 13 alle 14 riposo, dalle 14 alle 16 compiti, dalle 16 alle 21 allenamento e tra le 21 e le 22 cena, ripasso dei compiti e coprifuoco. Il tutto supportato da 100 grammi di carne a mezzogiorno e 50 la sera (equivalenti a 400 kcal), 3 vasetti di yogurt nell’arco della giornata (180 kcal), 200 gr di verdure a pasto (120 kcal), tre frutti al dì (150 kcal) e niente pane, niente patate, niente zucchero, solo poche gocce di olio, perché una dose giornaliera superiore a 50 ml avrebbe sballato gli schemi energetici. Nadia si prestava. Convinta o pilotata che fosse, era completamente posseduta dal suo compito. Disposta ad accettare – volontariamente, volitivamente – il proprio destino. Era come se tutto accadesse al di sopra di lei: potenza della fatalità o dei metodi di allenamento del blocco sovietico. Come se tutto fosse già scritto. “Lo ha notato? A Montréal avevo stampato sul body il numero 73. Presi 7 dieci e 3 ori. E, se non bastasse, 7 sommato a 3 dà ancora dieci!”, osserva ricordando le prime glorie. Così venivano a ordinarsi in vista del trionfo finale tanti dettagli, episodi, aneddoti che contribuirono a creare la leggenda. Rientra per esempio nella vulgata il racconto di quella prima gara regionale in cui, nel 1970, Nadia, la promessa della scuola, una miniguerriera di otto anni e mezzo, cadde dalla trave ben due volte e, rialzatasi rossa di vergogna, portò a termine con superba fierezza il suo esercizio. Fu allora che promise a se stessa che non sarebbe caduta mai più. O la cronaca, che Lafon riprende dagli archivi, del Gala parigino del ’74, della volta in cui, vista l’età delle atlete, la squadra rumena fu portata dall’aeroporto a una palestra di periferia dove si svolgeva un concorso per principianti. «Le concorrenti si muovevano come oche cieche sotto gli occhi commossi dei genitori”, riassunse cinico Béla K. Il coach dunque corse in taxi fino all’arena della competizione mondiale, buttò in pista una Nadia 12enne senza pettorina, senza che fosse annunciata, senza tempo per riscaldarsi, e le fece compiere un volteggio che fino ad allora solo atleti uomini avevano avuto la forza di fare. Lei stette al gioco divertita, fu una festa. “Mi piaceva quel salto perché era pericoloso e perché nessun’altra lo sapeva fare”. E’ vero che si svegliava di notte in preda ai morsi della fame. Ma allora si passava una mano sul ventre piatto, sulla pelle tesa tra i fianchi ossuti, e si riaddormentava tranquilla: il suo triste destino biologico non l’aveva ancora raggiunta, il profilo netto della ninfetta efebica, androgina era ancora lontano dal farsi rinchiudere – aveva scritto Nabokov – “in una bara di carne”. (Tra l’altro, sia detto tra parentesi: è vero che l’idea di sviluppare un corpo femminile atterriva quella creatura angelica. Ma anche i suoi assurdi bicipiti virili andavano tenuti nascosti: “perché credete che le ginnaste portino sempre body con le maniche lunghe?”, rivela Lafon). Nadia, l’angelo che “nuotava in un oceano d’aria”, scrisse ad effetto un reporter, la silfide senza peso che si dubitava sarebbe mai atterrata al suolo dopo una piroetta, tanto era leggera, si piaceva. Lo si capisce dalle mossette maliziose, capricciose, insieme puerilmente giocose e voluttuose della sequenza a corpo libero studiata dal coreografo Géza Pozar per le olimpiadi di Montréal. Era un soldatino, ma un soldato femmina. All’inizio si era pensato di accompagnare il suo balletto con un motivo marziale, poi si puntò su un charleston anni Venti, “Yes Sir, That’s My Baby”. Il numero riuscì divertente, frizzante, conturbante: un capolavoro di infantile sensualità. Lafon suggerisce che la Comaneci si compiacesse di rientrare, con la Jodie Foster di “Taxi Driver” e la Brook Shields di “Pretty Baby” nella triade delle seduttrici minorenni che proprio tra il ’76 e il ’77 valse quasi come un invito alle fantasie pedofile. “Innocence can be sexier than you imagine”, lesse la stellina olimpionica su un manifesto pubblicitario durante una trasferta statunitense, e ci pensò su con una certa soddisfazione. Ovvio che poi visse la pubertà come una tragedia. Rimase senza Béla, allontanato dalla Federazione, si trasferì da Onesti a Bucarest, soffrì di una solitudine che tentò di annegare in un bicchiere di candeggina, trascurò gli allenamenti, ingrassò, si trasformò “in una normale vacca grassa” le disse senza mezzi termini Károly. Solo rimettendosi nelle mani di Béla e consorte sarebbe tornata ad avere “una forma umana”, come disse Márta Károly alla stampa. Una forma di donna, come notarono tutti quelli che l’ammirarono nell’80 alle olimpiadi di Mosca. Era smagliante: ancora in body bianco, ma aveva tagliato la sua coda di cavallo e i seni le premevano sotto la tutina. “Sono cambiata, è normale”, disse ai giornalisti, “non potevo restare tutta la vita alta un metro e cinquanta”. Sapeva di avviarsi ai capitoli finali della sua avventura con la ginnastica, uno sport che brucia alla svelta le sue campionesse. Non sapeva che, prodotto del regime, pupilla dei Ceausescu, spot vivente del sistema socialista, ne stava per pagare le più amare conseguenze. Béla fu più lungimirante di lei e stavolta la piantò in asso fuggendo a New York subito dopo i successi moscoviti, nell’81. Non valsero a consolarla le coccole dei dittatori, gli onori, i privilegi, i regali di cui la ricoprirono (auto ville appartamenti), di certo non le soffocanti, perverse attenzioni di Nicu, che la esibiva dappertutto come la sua amante e pare – ma lei negò sempre – si divertisse a seviziarla. Aveva perso l’innocenza. E il popolo rumeno, affamato, distrutto da una politica economica scriteriata, non era più così sensibile al suo fascino. Lei, purtroppo, aspettò proprio fino all’ultimo ad andarsene. Con ritardo imbarazzante, solo alla vigilia del crollo del regime, della condanna e esecuzione dei Ceausescu, si decise a fuggire dal paese e a rifugiarsi in Usa. Un episodio, si narra, la convinse a scappare. Era sull’autobus, il controllore la beccò senza biglietto e si mise a compilare una multa. “Io sono Nadia!” replicò lei caparbiamente orgogliosa mentre l’uomo non alzava neanche gli occhi dal suo notes. Solo la sua assistente, al cospetto della mitica atleta, tolse di mano la penna al collega e strappò la contravvenzione in mille pezzi. Poche settimane dopo, nell’ottobre dell’89, fu ancora una donna a inchinarsi di fronte al suo orgoglio caparbio quando, raggiunta Vienna attraverso l’Ungheria, si presentò all’ambasciata americana con la stessa battuta: “Io sono Nadia. Chiedo asilo politico”.

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