Benvenuti a fumettopoli, la città su carta

Schermata 2016-01-26 a 03.14.27L’idea è quella di entrarci dentro, ma senza passare per la porta. Una via di accesso alternativa e sorprendente, avventurosa e divertente alle problematiche dell’architettura, alle complessità della struttura di un edificio o di un progetto urbanistico, è quella che si apre nella cornice di un fumetto: nel riquadro di un comic-strip come nel varco inatteso di una panoramica finestra. Non è affatto un ingresso di servizio, a giudicare dalle visioni spettacolari che si offrono a chi si affacci sulle teche espositive – letteralmente allestite come frame, come le sezioni di una striscia – della mostra Arkitektur-Striper, ovvero Architecture in Comic-Strip Form, aperta a Oslo fino a fine febbraio.

In principio, ovvero all’inizio del Novecento, quando le due forme di espressione figurativa presero a guardarsi reciprocamente con interesse, erano visioni oniriche. Erano le visioni apparse nei sogni di un ragazzetto americano che, con indosso il suo pigiamino, viaggiava di notte “nel paese del dormiveglia” e scopriva città fantastiche e spaventose. Era il piccolo eroe di Nemo in Slumberland, altrimenti noto come In the Land of Wonderful Dreams, la serie creata dal fumettista Winsor McCay, il ritrattista di New York e dei suoi primi grattacieli, e pubblicata fino al 1911 sul N.Y. Herald (in Italia uscì sul Corrierino dei Piccoli). Nell’ultimo riquadro di ogni storia, il bimbo riattraversava la finestra magica, si svegliava nel suo lettino e tornava nella realtà, senza che le architettoniche fantasie che aveva sognato svanissero del tutto. A un sogno si richiamava anche Le Corbusier quando, per convincere una potenziale cliente ad approvare il suo progetto di una villa monofamiliare, le scrisse una lettera accompagnata da un’illustrazione del proprio lavoro a fumetti. «Mia cara signora, il nostro sogno è di creare per lei una casa che sia liscia e linda come uno scrigno… », scriveva l’architetto svizzero a Madame Meyer nel 1925 ricorrendo a tutte le strategie tipiche del genere: invitava la signora a “entrare” con l’immaginazione nella villa, risvegliava in lei un senso di avventura, usava l’intonazione di un’intima complicità e colorava il suo testo di espressione esclamative: «Oh sì!» «Dritto al centro!» «Che idea!»

Schermata 2016-01-26 a 03.13.35La tendenza a fantasticare su una costruzione possibile e sulla forma auspicabile o temibile di una città prende poi, nel corso del Novecento, una deriva utopica o distopica. Accade negli anni Sessanta nel magazine illustrato del gruppo avanguardista londinese Archigram, nelle loro prove sullo spazio di una “città connessa”, o “città a piedi”, o “città istantanea”. Nell’incubo di una urbanizzazione totale rappresentato nel “Monumento continuo” dal fiorentino Superstudio (1966). Nella sontuosa idealizzazione urbanistica messa a punto dal tedesco Richard J. Dietrich per un suburbio di Monaco disegnato nella striscia Metaperlach (1971). O nella serie delle Città oscure, saga metropolitana su un mondo parallelo creato, con uno sguardo sulle capitali europee, dal duo di artisti François Schuiten e Benoît Peeters.

Siamo ai confini tra il fantasy e la critica sociale. Ma l’impegno del progettista e le potenzialità del fumetto permettono di stare a cavallo tra i due ambiti e di muoversi con disinvoltura in più direzioni. Le circa ottanta opere esposte a Oslo, per lo più di architetti sedotti dalla libertà espressiva delle comic-strip, e qualcuna di fumettisti puri (McCay, Schuiten&Peeters, Chris Ware, autore della graphic novel bestseller Building Story), “puntano” a obiettivi diversi. Chi scommette sull’efficacia comunicativa del fumetto.

Schermata 2016-01-26 a 03.13.14Chi lo utilizza come strumento critico, virando con umorismo verso la caricatura. Chi vi ricorre per dare forma intuitiva a un concetto, per cogliere sul nascere una creazione. Chi ne fa il racconto di un’esperienza vissuta o la proiezione di un’esperienza immaginata: un modo per analizzare la realtà o per fuggirne. C’è anche chi ha progettato un intero edificio reale per consentire la fuga dentro un fumetto. È accaduto a Hong Kong, per opera di Alberto Cipriani e Mauro Marchesi, che hanno disegnato una Factory dalle fondamenta fino al tetto con le avventure di Hollywood Bau. È un comic che non si può sfogliare, ma la storia prende pieghe diverse a seconda del percorso che si sceglie per arrivare su fino all’ultimo piano.

L’idea di un’esposizione dedicata alla «Architettura a fumetti» nasce da uno studio dell’antropologa culturale olandese Mélanie van Der Hoorn, uscito nel 2012 con il titolo di Bricks & Baloons (come dire “mattoni e palloni”): Architecture in Comic-Strip Form. Il saggio finì tra le mani di Anne Marit Lunde, del Museo Nazionale di Architettura di Oslo, la quale sentì l’esigenza di estrarre da quel testo accademico i numerosi esempi fatti dalla studiosa e di coinvolgerla nella cura di una mostra da vivere come una divertente esperienza di scoperta. Progetto perfettamente realizzato con Arkitektur-Striper, aperta al Nasjonalmuseet fino al 28 febbraio.

Jean nouvelL’esposizione comprende schizzi minuti e opere di grande formato. Plastici e murales (come quelli dedicati alla storia di Govi, la balena meccanica spiaggiata sulle coste di Vigo, disegnata da Alexandre Doucin). Video di cartoons e slide show di bozzetti proiettati su supporti elettronici (quelli del maestro delle “utopie realizzabili” Yona Friedman), disegni originali, fotografie, lettere e interi album a fumetti da sfogliare. Tra gli artisti presenti: Jean Nouvel, OMA, Moon Hoon, Håkon Matre Aasarød, Fréderic Bézian, Wes Jones e Jimenez Lai. Il catalogo contiene testi delle due curatrici Mélanie van der Hoorn and Anne Marit Lunde.

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2 thoughts on “Benvenuti a fumettopoli, la città su carta

  1. Alberto ha detto:

    Bellissimo articolo, completo e corretto. Che fortuna avere internet a disposizione per scoprire ogni giorno pezzettini di mondo che interagiscono con il nostro. Parafrasando l’incipit dell’articolo anche io e Mauro siamo dentro a questo articolo. Io, che in questo momento sto scrivendo, mi chiamo Alberto Cipriani e come accennato nel testo sono, assieme a Mauro Marchesi, l’autore di The Factory ad Hong Kong. Uno degli studenti di Mauro si e’ presentato in classe con il ritaglio del Corriere che pubblicava questo articolo. Ci era sfuggito a Dicembre e con enorme piacere lo abbiamo letto ora.
    Appena Mauro mi ha girato la scansione ho subito iniziato a ‘scavare’ in internet e sono arrivato a questo blog! Che fortuna internet!

    Ancora una volta grazie,
    cordiali saluti
    Alberto e Mauro

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