Archivio mensile:aprile 2016

Per quel bicchiere andato storto

P1090736Viaggiando in un principio assonnato di primavera attraverso la campagna svedese, che ancora torpida si abbandona pigramente al disgelo, per raggiungere Torgny Lindgren nel suo eremo al limitare delle foreste nell’Östergottland, viene in mente un breve dialogo tra due suoi personaggi. «Ho cercato a lungo un paesaggio che corrisponda al mio stato d’animo», dice lui. «Sì, c’è sempre da vergognarsi di quel che si ha dentro», risponde lei. La battuta, minuscolo assaggio, tradisce lo spirito dello scrittore e accademico di Svezia che da 25 anni siede nella commissione di coloro che eleggono il Nobel per la letteratura: tanto grave e assorto quanto guizzante di acume e di ironia. Si immagina anche che in un paesaggio simile, fatto di boschi di abeti e di acquitrini, dovesse nascondersi L’ultimo bicchiere di Klingsor, l’oggetto sconcertante al centro del suo ultimo romanzo in uscita da Iperborea nella traduzione stupenda di Carmen Giorgetti Cima. Aveva contenuto la più limpida e squisita delle acqueviti, distillata per Pentecoste da un vecchio boscaiolo e, svuotato a ripetizione da costui, «con coraggio e perseveranza», in una notte di ebbrezza, fu dimenticato nella foresta su un ceppo di abete tagliato di sbieco. Lasciato lì per anni, lentamente il bicchiere posato su quella base inclinata rimediò «alla sua vergognosa condizione sbilenca» e «si raddrizzò» – cioè si piegò – puntando verso il cielo. Fu ritrovato da un bisnipote dell’improvvido taglialegna e devoto bevitore il quale, scoprendo la sua inconcepibile forma storta, prese a indagare da pittore di nature morte il mistero della vita della materia e intraprese col pennello in mano «la via per la sobria ebbrezza dell’arte».

Di tutto questo – di ebbrezza e di arte, di natura e devozione, di pittura e romanzi – parleremo con Torgny Lindgren, penso viaggiando, unica passeggera, sul pullman che in tre ore da Stoccolma porta a Linköping. Lui viene a prendermi alla stazione dei bus, una banchina in mezzo al nulla dove il veicolo, con indefettibile puntualità scandinava, si ferma all’ora stabilita. Mi viene incontro camminando sotto una pioggia leggera e gelata. È alto, magrissimo, di una magrezza – scopriremo – malata, e ha una leggerezza spirituale. La pelle del viso, incorniciato da una corta barba da profeta, è bianca e sottile, straordinariamente fresca per i suoi 78 anni, e gli occhi, sotto il cappellino impermeabile, brillano di una luce viva e preziosa. Stina, sua moglie, ci aspetta seduta in macchina. Abbiamo ancora cinquanta minuti di viaggio prima di arrivare alla grande casa parrocchiale – «la chiesa da queste parti ha venduto molte delle sue proprietà ai privati», avverte Lindgren – dove la coppia, inseparabile da sessant’anni, vive da quasi un trentennio.  Continua a leggere

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L’anima della foresta

piet_mondrian_006_albero_grigio_1912Quando se ne accorse per la prima volta, fu come incontrare un Barbalbero nella foresta di Eriador. Come se tra le fronde e sotto la scorza degli alberi in mezzo a cui si aggirava incurante da vent’anni all’improvviso avesse scorto un occhio intelligente che lo guardava. In quello sguardo non c’era supplica, né accusa, né minaccia. Solo la spia di un essere alla sua maniera ricettivo. Senziente, paziente, rammemorante, desiderante. Il protagonista di un’esistenza tutta da indagare. A fare quell’incontro spiazzante con lo spirito di un vecchissimo faggio – verrebbe da dire “con il fantasma”, non fosse che il vegliardo era ancora vivo – fu Peter Wohlleben, guardia forestale sull’altopiano dell’Eifel, Germania occidentale, nella regione boschiva che si sviluppa tra il medio corso del Reno, le Ardenne e la Mosella. All’epoca Wohlleben faceva diligente il suo lavoro. Valutava cioè salute, robustezza e regolarità dei fusti delle piante da abbattere per ricavarne assi ben diritte e senza nodi, e da sostituire quanto prima con nuovi alberi “da legna”. Abituato com’era a guardare alla foresta “sub specie oeconomica”, in quella che oggi definisce “una prospettiva decisamente ristretta”, finì per inciampare in un sasso. Sembrava un sasso almeno. Quando cercò di toglierlo dal sentiero, si rese conto che era saldamente ancorato al terreno. Niente di strano: ne sporgono di rocce muschiose dal suolo del massiccio scistoso renano. Gratta via il muschio, però, ed ecco che Wohlleben nota le inconfondibili striature – le rughe – di una corteccia. Allora non era una pietra. Scortecciata quella dura scorza, osserva che è verde anche dall’altra parte, che scorre linfa sotto. Possibile? Perché circolino umori vitali nelle fibre innervate del legno, bisogna che ci sia la fotosintesi, la pianta deve respirare, e per questo, lo abbiamo imparato tutti alle scuole medie, serve la clorofilla, ci vogliono le foglie. Quel ciocco mezzo sepolto non aveva neppure i rami, neppure il tronco. Eppure, inciso, sanguinava. Continua a leggere

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Le opere e i giorni del poeta in fuga dalle due Germanie

Uwe-Johnson-am-Inselsee-Guestrow-1953-FUna marina spettacolare, ipnotica, insieme incantevole e inquietante, apre e chiude il romanzo. La sola cosa da fare è tuffarcisi dentro. Comunque vada, nuotatore esperto o incauto che tu sia, la scrittura finirà per risucchiarti, trasportarti, travolgerti dove i gorghi delle correnti alterne fanno le acque più perigliose, condurti dove vuole lei. Accade anche a “lei”, alla protagonista del sontuoso romanzo di Uwe Johnson, alla Gesine Cresspahl dalla cui vita l’autore registra giorno per giorno gli eventi occorsi in un anno. All’inizio la vediamo in acqua, tra le onde lunghe dell’Atlantico. Appagata, coraggiosa, magnifica, «nuota a braccia tese», ma le onde, oltre la risacca, «la traggono di schiena», la riportano indietro, a una spiaggia del passato. E già le acque dell’oceano si mescolano e si confondono con quelle di un altro mare, con lo sciacquettio del Baltico, nel Nord Est della Germania, che un vento come quello che batte la costa del New Jersey riusciva tutt’al più a rendere increspato. Con un respiro lunghissimo, con bracciata possente e sicura, con l’energia e la precisione non già dell’atleta allenato, stavolta, ma del narratore grandioso, Johnson va a concludere il suo capolavoro, 1891 pagine dopo, ancora sulla visione di una spiaggia. È la stessa spiaggia? Quella raggiunta in due ore di treno da New York, dove Gesine vive con la figlia decenne Marie ormai da sette anni? Quella a Nord di Jerichow, il paesino del Meclemburgo nell’entroterra del Baltico dove è nata e cresciuta e da cui è fuggita tanto tempo fa? No, è un’altra ancora. Eppure, anche lì, lo schiaffo dell’onda, la ghiaia che scorre contro i malleoli fanno lo stesso rumore. E anche lì, con gli occhi socchiusi per la luce resa più intensa dal riverbero, si intravede la stessa scena: «una bimba; un uomo in cammino verso il luogo dove sono i morti; e lei, la bimba ch’ero io». È l’ultima pagina di Jahrestage, I giorni e gli anni, che, con un brivido di commozione, finalmente possiamo leggere in italiano, grazie al fantastico lavoro di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini, gli eccellenti traduttori. Continua a leggere

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