Parlo dunque sono, Heidegger docet

Martin Heidegger non fu certo un campione di ironia, ma all’occorrenza, a lezione, sapeva buttar lì la battuta migliore, buona per risvegliare le coscienze e richiamare – appunto – alla serietà. «L’uomo è un essere vivente che legge giornali», sentenziava, e «la Grecia non era il paese della cuccagna», faceva notare agli studenti che, a Marburgo, nell’estate del 1924, lo ascoltavano tra le sette e le otto del mattino parlare dei concetti fondamentali della filosofia aristotelica. Tra i ragazzi che, tra l’inizio di maggio e la fine di luglio di quell’anno, si alzavano presto per andare a sentire il giovane professore, allora trentacinquenne, c’erano Gadamer e Hannah Arendt, Karl Löwith e Joachim Ritter, Hans Jonas e Leo Strauss. E colui che parlava loro dalla cattedra tre anni prima della pubblicazione di Essere tempo, si confrontava con il filosofo antico cui «spetta una posizione di preminenza» nella storia del pensiero occidentale – sottolineava il primo giorno di lezione -: precisamente con i testi di Aristotele da cui avrebbe ricavato stimoli e conferme per la messa a punto dei concetti fondamentali del proprio opus magnum. È un corso cruciale, dunque, quello che, fedele all’edizione tedesca pubblicata nel 2002 per la cura di Mark Michalski, esce ora da Adelphi nella luminosa traduzione e con una preziosa avvertenza di Giovanni Gurisatti.

L’interesse del leggere un simile testo accademico è squisitamente – meravigliosamente – filologico, se per filologia si intende, Heidegger dixit, «passione per la conoscenza di ciò che è espresso in parole». La lettura è insomma appassionante. E il testo, trascritto dalla viva voce del maestro – i manoscritti delle lezioni sono infatti in larga parte perduti: se n’è conservato solo un terzo, riportato in appendice al volume -, rappresenta una prova esemplare di colui che invece fu, sì, un campione di retorica. Sia detto con il massimo rispetto di Heidegger e dell’arte di usare le parole.

Alla Retorica di Aristotele, guarda caso, Heidegger dedica una parte sostanziosa e sostanziale del suo corso. A quello scritto cioè che, male interpretato dagli studiosi dell’Accademia di Berlino, fu relegato alla fine dell’edizione delle opere dello Stagirita. «Non si sapeva bene che farsene, dunque lo si mise in coda!», esclama Heidegger con una punta di divertimento. Invece la retorica così come la indaga Aristotele non è affatto una tecnica persuasiva, non è l’arte di convincere, colpire, commuovere, fare sensazione attraverso il linguaggio. È una disciplina di rilevanza eminentemente ontologica. Tratta del discorrere, del parlare, della facoltà che definisce l’essere umano come tale: della sua proprietà essenziale, della sua caratteristica costitutiva, di ciò che lo pone in essere come vivente distinto da tutti gli altri animali. «L’essere nel mondo dell’uomo è determinato nel suo fondamento dal parlare», dice Heidegger con estrema chiarezza. Che l’uomo sia, secondo la definizione di Aristotele, uno «zoon logon echon», cioè l’essere vivente che dispone del logos, il termine greco che dice sia il pensiero sia linguaggio, significa non già che egli sia in prima istanza un animale razionale, votato alla teoresi e alla conoscenza. Il discorso concettuale, quello che ha a che vedere con la verità, non è che una possibilità del dire per l’uomo che parla. Ben prima che maestro di scienza, esperto di conoscenza o adepto della filosofia l’uomo è insomma «un essere vivente che legge giornali», azzarda Heidegger tentando la traduzione più moderna, pratica e concreta della celebre definizione greca. La parola è sì, spiega Heidegger, nella sua funzione suprema il modo in cui si mostra, si fa apparire, si porta alla vista ciò di cui si dice. Ma parlare, rimarca Heidegger con forza rifacendosi alla filosofia pratica di Aristotele, all’Etica Nicomachea, certo, ma a un certo punto qui, sorprendentemente, alla Retorica, è un’espressione dell’esserci concreto, nella sua vita quotidiana, nel suo mondo, «non solo nella meditazione ma anche nella contingenza naturale».

«Non si esiste da soli», osserva Heidegger appellandosi al buon senso: si parla sempre di qualcosa con qualcuno, con gli altri. Quella dimensione anonima, inautentica della «chiacchiera», dove a parlare è un «si» generico, impersonale (man in tedesco) che in Essere e tempo avrà esclusivamente connotazioni negative, nel 1924 ha ancora una valenza neutrale. Costituisce la base, «il patrimonio comune», il terreno di crescita, il suolo fertile da cui, coltivando il campo logoro e frusto della media «comprensibilità del mondo» – quella che chiunque acquisisce nascendo e imparando a parlare -, il retore estrae il discorso autentico, quello pronunciato in tribunale o in assemblea, e Aristotele l’idea del linguaggio nella sua ontologica essenzialità. Che questo linguaggio così concepito e fondato potesse svilupparsi nella riflessione heideggeriana come elemento cerniera dell’ontologia con la politica e l’etica, suggerisce sapientemente Gurisatti, è una possibilità che con Essere e tempo va perduta. Il Dasein dell’analitica esistenziale è un soggetto solipsistico, isolato nel suo solitario essere-per-la-morte, posto di fronte al compito della sua singolare autenticità. Solitudine questa che sarà per molti versi caratteristica dello stesso Heidegger negli anni sciagurati del disastro politico tedesco e della “svolta” del suo pensiero: della scrittura dei Contributi alla filosofia, dei primi fascicoli dei Quaderni neri e della sua feroce critica alla modernità. Negli anni della Repubblica di Weimar, il pensatore dell’essere poteva concedersi ancora qualche indulgenza verso il dire corrente, il parlare comune, la pubblicità: verso quella sfera in cui l’essere umano, chiacchierando, può disperdersi e perdere il suo essere, quella da cui gli sforzi di Platone e Aristotele estrassero il dire teoretico della filosofia. Fu un lavoro duro: «la Grecia non era il paese della cuccagna» e quei concetti non caddero in testa «a quei grandi uomini piovendo dal cielo» nota Heidegger. D’altra parte, «per sottrarsi al dialogo e alla chiacchiera i greci erano per così dire troppo innamorati del logos…»

 

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