Fuga in Sicilia, il finale dopo il fnale

Un romanzo esistenziale, quasi una parabola della condizione umana, che scorre via travolgente come un racconto di avventura, innervato dalla tensione di un thriller e attraversato a tratti, per raggi obliqui, dall’ammaliante luminosità di un sogno a occhi aperti: si legge cui muscoli tesi, i pugni stretti dal piacere e la fronte corrugata a perscrutare quel che via via si fa incontro il libro con cui il tedesco Bodo Kirchhoff ha vinto il «Deutscher Buchpreis» 2016, tra i premi letterari più importanti in Germania, assegnato al miglior romanzo dell’anno. L’incontro, appunto, si intitola nella versione italiana appena pubblicata da Neri Pozza, e la parola restituisce, dell’intraducibile termine tedesco prescelto per il titolo originale, Widerfahrnis, il senso di destinale casualità, di fatalità, di calamità che grava su tutte le pagine, dalla prima all’ultima, di questa sconcertante narrazione. È una storia a due, e i due che si incontrano e, trascinati dalla sorte, accettano di partire insieme, viaggiando attraverso il buio e l’ignoto, diretti verso la luce e il tepore, sono un uomo e una donna. Entrambi hanno qualcosa da lasciarsi alle spalle. Lui è troppo avvertito e disincantato per vivere un romance da fiaba. Lei è troppo segnata dalla vita, porta con sé la cicatrice invisibile, ma ultrasensibile, di una ferita, e l’aureola di un segreto aleggiante, perché la partenza possa essere l’avvio di un progetto piuttosto che di una fuga. Eppure, nello spazio che va da una valle di montagna nel Baden-Württemberg ai lidi della Sicilia – fin là li porterà la loro corsa in macchina – tra i due protagonisti sboccia, e «cresce dentro come un ulcera benigna», qualcosa che assomiglia molto al grande amore.

Il lettore sa che non deve illudersi, che non può aspettarsi un lieto fine: lo presentisce, lo percepisce, lo capta nei gesti dei personaggi, nel senso di minaccia che incombe, nell’oscuro mistero che cova. In tal senso la maestria di Bodo Kirchhoff sta nel prendere il lettore alle spalle senza tradirlo: nel seminare, senza ingannarlo, gli indecifrabili indizi di una Widerfahrnis, di un destino avverso e inesorabile, tra i balenanti bagliori di una felicità radiosa. Non concede conforto né rassicurazione, eppure è bello vedere come i due passano a un certo punto del lei al tu: «il tu ha senso solo se passa prima dal lei»; come tra loro, di fatto inaspettatamente “sulla stessa barca”, si stabiliscono naturalmente prima il cameratismo, poi una muta intesa, la reciproca fiducia e i pacati sottintesi necessari a condividere la quotidianità, via via una schietta complicità e infine l’intimità che mette a nudo. Sono attimi che non hanno nulla di strabiliante o favoloso, a maggior ragione, hanno la caratura preziosa di un tesoro nascosto: come quello in cui «i capelli di lei si mescolavano nel vento con i suoi», o come quando sulla tavola di un ristorante sul mare si faceva traboccare dal calice del vino chiaro, «un bel momento, uno di quelli che ti rimangono quieti dentro». Sono attimi, Augenblicke, in tedesco alla lettera «colpi d’occhio», «battiti di ciglia», scanditi espressamente dal battito del cuore: è questa pulsazione, il narratore lo registra più volte, a dare esplicitamente al romanzo il suo ritmo, senza che debba necessariamente scatenarsi il batticuore. È, invece, un palpito tranquillo, quello della «pompa cieca» che pulsa giorno e notte e tiene in vita. È tuttavia un rintocco viscerale, profondo, emozionante. Bodo Kirchhoff tiene questo passo fino alla fine, procede misurato e colpisce al cuore. La sua scrittura è troppo sorvegliata e consapevole perché narrando ceda anche solo per un istante allo stucchevole e al sentimentale. Senza mai fare della metaletteratura, si guarda scrivere, con l’escamotage di fare del suo protagonista maschile un ex editore. L’eroe di questa epopea solenne e insieme sottotono, nutre un’accesa avversità per le «parole Lego», quelle «che si lasciano scrivere con una facilità tremenda», in un libro non le avvrebbe mai accettate. Sospetta dei luoghi comuni, buoni tutt’al più «per gli autori di canzonette e per i pastori evangelici». Quanto all’amore, «lo struggimento, lo sdilinquimento, ne era sempre stato alla larga». Sui libri che pubblicava lavorava per forza di levare, snellendoli, asciugandoli, togliendone «tutte le appiccicosità e i barbigli dell’amore». In compenso, sorprendendo se stesso dentro una storia che cresceva libera dai contorni di una pagina, restava stregato da un plurale possente, «loro», o dalla coniugazione di un verbo «la guardò, anzi si guardarono».

Tanto più seducente appare, descritta da un innamorato così scettico e smagato riguardo agli affari di cuore, la sua compagna di viaggio, che ha «i capelli color guscio di pistacchio», ha «mani molto adulte, mani mature», ha «un pollice come lo si desidera nelle donne, snello ma non ossuto», che «gli sembrava senza età, quaranta, trenta, una che si scrollava di dosso gli anni con una risata», e che sapeva recitare ad arte «la piccola sceneggiata del fumare che lui si era sempre goduto in tutte le donne». Si gode fino in fondo, con il brivido di un salto nel buio, il piacere di lui che ammira l’enigmatica femminilità di lei. Si condivide la sua attrazione, arresi all’accidentalità con cui la scopre, la perde e la ritrova. Si consente all’oscura malia di un disfacimento che, annunciato nell’ultima riga, si compirà senza scampo solo dopo il finale.

 Leggi l’impaginato su La Lettura

 

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