Catturando i sogni in punta di matita

«Giro il mio mantra: la matita nel temperino», annota Peter Handke in una riga del suo diario, il suo Journal, come lui stesso chiama il taccuino in cui da anni, da sempre, pratica l’esercizio di un’attenzione giornaliera. Basta una riga, un gesto, che si compie inequivocabilmente come un rito, a dare il senso di quanto segreto e insieme solenne, intimo e insieme universale, silenzioso e tuttavia carico di energia sia il momento in cui lo scrittore si prende cura del suo inseparabile utensile, affila la sua arma – oggetto potente quanto innocente -, prepara il suo strumento di scrittura e di cattura. Sono naturalmente tutte incruente le sfide che affronterà con la matita in pugno, quell’arma così sottile e acuminata non farà vittime, né la sua impresa punterà a riportare vittorie o trofei. Eppure, a noi che lo leggiamo da anni avvertendo sulle sue pagine la tensione viva della parola che aspira a far presa sul mondo, Handke appare come una figura eroica. Tanto più là dove l’intonazione della sua scrittura si fa più assorta, dubitativa, meditativa – nella serie dei Versuche, i cosiddetti saggi, o «assaggi», concepiti più propriamente uno dopo l’altro come dei «tentativi»: Il saggio sulla stanchezza, sul juke-box, sulla giornata riuscita, sul luogo tranquillo, sul cercatore di funghi -; dove la sua prosa cede al ritmo del verso e la voce si arrende al canto – l’incomparabile Canto alla durata -; dove la narrazione diventa introspezione – Il mio anno nella baia di nessuno, L’ora del vero sentire, Breve lettera del lungo addio, e l’indimenticabile Infelicità senza desideri -; dove il dramma rallenta l’azione e invita piuttosto a una lettura che scatena l’immaginazione – Ancora tempesta, Aranjuez -; o dove la concentrazione rasenta l’ascesi e regala momenti di folgorante illuminazione: nei diari, tutti, da Il peso del mondo agli ultimi non ancora tradotti in italiano, compilati, come recita il titolo del prezioso volume che li raccoglie, «Di notte, davanti alla parete su cui gioca l’ombra degli alberi».

Tanti generi letterari attraversati avventurosamente – cioè con slancio, spirito di avventura, grandioso dispendio di intelligenza e forza creativa – da un solo poeta, tra i più grandi del nostro tempo, il quale però è talmente timido, “menschenscheu”, schivo, ritroso, e consapevole della tremenda grandezza della poesia, che rifiuta di definirsi tale.

«Non sono un poeta», ribadisce ancora una volta quando lo sentiamo al telefono alla vigilia del suo prossimo arrivo in Italia dove, nel contesto festoso del festival “agri-rock” «Collisioni», eccezionalmente incontrerà il pubblico nella cittadina piemontese di Barolo, e all’indomani dell’inaugurazione a Berlino della mostra dei suoi disegni, esposti per la prima volta alla Galerie Friese fino al 29 luglio. «Sono uno scrittore epico», ribatte alzando il tiro rispetto alla elevatezza che attribuisce all’arte letteraria. Poi, correggendo l’enfasi, o calcandola con ironia per burlarsi di se stesso – Handke è un uomo dotato di un amabile senso dell’umorismo, sia detto per sfatare la fama di orso burbero che si è fatto per via della sua riluttanza a farsi raggiungere dei media e del rutilante mondo della comunicazione – precisa: «Sono un epico lirico incline a svolte drammatiche». La definizione non potrebbe essere più azzeccata, non tanto per noi che vediamo Peter Handke come un eroe, quanto per lui, che nutre un’autentica venerazione per la serietà della letteratura, che ha modelli altissimi, che convive con i classici – da Goethe a Omero -, e che tiene aperta sulla scrivania la versione originale dell’Odissea, letta e riletta in greco, fitta di note a margine, appunti, glosse annotate a matita dando forma ai pensieri che sorgono sull’onda degli esametri dattilici.

Quella matita, infaticabile, non smette un attimo di lasciare le sue tracce sul campo. E che dalla sua punta, insieme all’intrico delle parole che danno forma ai pensieri, insieme al groviglio della scrittura che dà il ritmo alla giornata e alla vita, intrecciate a parole e scrittura, inseparabili da esse, sorgano figure, immagini, «disegni», è perfettamente in linea con l’approccio artistico ed esistenziale di Peter Handke. “Approccio”, cioè avvicinamento, un accostarsi vigile, guardingo, tipico di chi “fa la posta”, esce a caccia, va in cerca: di funghi o di tutto ciò che la natura – anche la natura umana – può rivelargli come una sorpresa.

Estratti dai suoi manoscritti, letteralmente ritagliati dai suoi quaderni, minuscoli, grandi poco più di un francobollo, o di un ex libris, eppure fitti di dettagli, densi di sfumature, raffinati come miniature, anche questi «disegni» riflettono la linea complicata, problematica, disposta a scendere incisiva nel profondo, dell’opera di Handke.

Le virgolette sono di rigore: Handke stesso ha scelto di apporle come una riserva alla parola «Zeichnungen» che intitola l’esposizione berlinese. «Esiterei a definirli “disegni” – ci spiega -, così come io non voglio definirmi un disegnatore, con il sostantivo e (come vuole la lingua tedesca anche per il nome comune ndr) con la lettera maiuscola. È più che altro un processo, un percorso: una linea si aggiunge all’altra e io via via capisco dove mettere l’accento, come formare la figura. Picasso disse una volta di Cézanne che già il suo primo segno, la prima pennellata sulla tela, era un capolavoro. Per me è il contrario. All’inizio è tutto falso, tutto sbagliato. Procedo per tentativi e solo piano piano l’immagine prende forma. Un po’ come fanno i poliziotti quando cercano di figurarsi un criminale, lavorano sugli indizi e a poco a poco completano l’identikit che forse solo alla fine sarà vero».

L’indagine di Handke non è certo poliziesca, eppure vi è, nella sua ricerca, della suspense, anche un piacere giocoso e, lo ripetiamo ancora, avventuroso. Per lui che, uscendo all’aperto – nei suoi boschi, nelle foreste che rivestono l’altipiano di Meudon e cingono il luogo dove abita da quasi un trentennio, Chaville, poco fuori Parigi -, per lui che accingendosi alle sue camminate e peregrinazioni invoca una «energia dello sguardo» pari a una «energia dell’errare», che recita come una poesia «Lodato sia tutto ciò che mi fa alzare gli occhi, e che me li fa abbassare», e si propone come un comandamento di «Rivolgere la fronte in direzione del sogno, come un catturatore di immagini» (scrive sempre nei suoi diari), ogni passo riserva una scoperta. Lo spazio in cui si appuntano i suoi esercizi dello sguardo non è quello interiore, eppure i suoi ritrovamenti sono esclusivi: nessuno, inseguendo le sue tracce, saprebbe scorgere gli stessi tesori. «Non direi che disegno delle cose concrete», racconta Handke e, ancora schermendosi dice: «La mia figlia maggiore dice che disegno solo cose uniche. Il fatto è che disegno cose che non si possono disegnare, così almeno credo, all’inizio. Per esempio un formicaio, o la luce che filtra attraverso i rami degli alberi. Poi invece, disegnandoli, mi accorgo che si può, anche se alla fine quello sulla carta non è un oggetto». E, appunto, la migliore didascalia per descrivere queste visioni sono le parole che Handke stesso registra del suo Journal quando scrive delle «vetrate animate» proiettate di notte dall’ombra degli alberi sulla parete della stanza, o del fiore di tiglio che plana nella sua tazza di caffè, o dell’incomparabilità di una goccia di rugiada che stilla dalla punta di una foglia del noce. Non si creda per questo che il disegno si realizzi come uno schizzo per cogliere al volo un’impressione. Non si tratta di schizzi, come tradisce la precisione dei tratti che lasciano affiorare un paesaggio – Stara Vas, la cittadina slovena dove visse suo nonno – o l’impalpabile infiorescenza di un dente di leone. E non si creda che disegnare sia un’attività oziosa, compiuta nei momenti di rilassatezza. «Disegnare è avvincente, eccitante, vivificante»,  sottolinea Handke. E scherzando aggiunge: «Io sono come Michelangelo, solo che il mio materiale non è la pietra bensì l’aria». Ogni creazione, poi, si compie come un dramma: «Il guaio è che disegno con quel che mi capita in mano, matita, penna o pennarello, e allora il problema è che non posso più cancellare. Così il disegno è pieno di correzioni e, via via correggendo, cambia la scena. Uso anche i colori sbagliati, a seconda della matita che trovo, ma questo va bene, perché ti fa scoprire aspetti nuovi nelle cose. Io sono daltonico – lo dice lui, ma chissà se è vero, giureremmo che ci sta prendendo in giro… -. Distinguo a fatica il verde dal rosso. Anzi vedo solo il verde e non il rosso: è un dono divino, ti permette di non vedere mai il sangue da nessuna parte».

In effetti il rosso compare in questi disegni inaspettato: per cogliere la danza dei platani che, visti dal finestrino del treno, si muovono come ballerine sulle sponde della Senna, o per riprodurre il vento che soffia di notte tra le foglie della betulla. Non c’è invece, questo è vero, alcuna traccia di sangue sul disegno del topino di campagna che giace a terra ferito, tranquillo, come se dormisse. O sulle vetrate di Notre-Dame de Paris, ritratte come un simbolo splendente accanto alla denuncia di tutti i «massacri su massacri che fanno tramontare il mondo» all’indomani della strage di Parigi avvenuta, lo ricordiamo tutti, il 13 novembre del 2015.

 Leggi l’impaginato su La Lettura

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