Archivi categoria: Germanistica

Peter Handke e il rossetto sulla pietra

«Anzitutto c’era, credo, la parola. Die Dauer, “la durata”, è una bella parola: comincia con un suono morbido, la d, e poi viene una a, e ancora una vocale, e poi… È quasi come se tutta la parola fosse composta da vocali».

Peter Handke aveva incominciato così, con una suggestione musicale, con il ricordo della melodia verbale che gli era risuonata nella mente oltre trent’anni prima, a raccontarci del giorno in cui gli era «arrivata in volo» quella poesia: Gedicht an die Dauer, che nella traduzione italiana – la bellissima versione di Hans Kitzmüller pubblicata da Einaudi – diventa, con perfetta sintonia a quella sonora ispirazione, un «Canto». Eravamo in sei ad ascoltare il racconto di Handke, in casa sua, in teso, emozionato silenzio, perfettamente muti affinché i microfoni registrassero la sua voce tenue, un po’ roca, il suo eloquio tranquillo, lento e sicuro, nitida espressione di pensosità, di concentrazione, di genuina sincerità, e anche perché agli apparecchi non sfuggisse, accompagnamento perfetto della voce del poeta, il frusciare del vento, il mormorio degli alberi nel giardino, il coro dei passeri e dei merli che arrivavano zampettando a sbirciare fin sul davanzale della finestra. Continua a leggere

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Fuga in Sicilia, il finale dopo il fnale

Un romanzo esistenziale, quasi una parabola della condizione umana, che scorre via travolgente come un racconto di avventura, innervato dalla tensione di un thriller e attraversato a tratti, per raggi obliqui, dall’ammaliante luminosità di un sogno a occhi aperti: si legge cui muscoli tesi, i pugni stretti dal piacere e la fronte corrugata a perscrutare quel che via via si fa incontro il libro con cui il tedesco Bodo Kirchhoff ha vinto il «Deutscher Buchpreis» 2016, tra i premi letterari più importanti in Germania, assegnato al miglior romanzo dell’anno. L’incontro, appunto, si intitola nella versione italiana appena pubblicata da Neri Pozza, e la parola restituisce, dell’intraducibile termine tedesco prescelto per il titolo originale, Widerfahrnis, il senso di destinale casualità, di fatalità, di calamità che grava su tutte le pagine, dalla prima all’ultima, di questa sconcertante narrazione. È una storia a due, e i due che si incontrano e, trascinati dalla sorte, accettano di partire insieme, viaggiando attraverso il buio e l’ignoto, diretti verso la luce e il tepore, sono un uomo e una donna. Continua a leggere

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Scintille di poesia, all’ombra notturna degli alberi

Handke BaumschattenEra proprio così. Peter Handke l’aveva intuito e intonato in un canto trent’anni fa, e il tempo gliel’ha confermato. La durata è il sentimento della vita, più profondo dell’estasi dell’attimo e ugualmente fugace e imprevedibile; ha a che vedere con gli anni, con i decenni, con l’intimità di un luogo domestico e segreto – la stanza di lavoro, il suo giardino – come pure con l’avventura nel mondo; comunque, ovunque, irradia calore, regala conforto, induce a pensare, diffonde la quiete e il silenzio, ristora… Parafrasiamo così ciò che questo immenso autore austriaco cantava nei versi composti nel 1986 per un’urgenza, una necessità di ricorrere alla poesia dettata da quella stessa incomputabile misura di tempo che non avrebbe mai potuto descrivere, o «trasformare in scrittura» attraverso un saggio, un dramma, una storia. Così nacque, o «gli arrivò in volo», come a Handke piace esprimersi, il Gedicht an die Dauer, tradotto ai tempi con una sintonia felice e perfetta come Canto alla durata da Hans Kitzmüller per la piccola casa editrice Braitan di Brazzano in provincia di Gorizia – situata sullo sfondo del paesaggio friulano del Carso così noto e caro a Handke – e riproposto ora prestigiosamente da Einaudi nella stessa versione curata da Kitzmüller (con testo tedesco a fronte 64 pagine € 10). Continua a leggere

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L’anima della foresta

piet_mondrian_006_albero_grigio_1912Quando se ne accorse per la prima volta, fu come incontrare un Barbalbero nella foresta di Eriador. Come se tra le fronde e sotto la scorza degli alberi in mezzo a cui si aggirava incurante da vent’anni all’improvviso avesse scorto un occhio intelligente che lo guardava. In quello sguardo non c’era supplica, né accusa, né minaccia. Solo la spia di un essere alla sua maniera ricettivo. Senziente, paziente, rammemorante, desiderante. Il protagonista di un’esistenza tutta da indagare. A fare quell’incontro spiazzante con lo spirito di un vecchissimo faggio – verrebbe da dire “con il fantasma”, non fosse che il vegliardo era ancora vivo – fu Peter Wohlleben, guardia forestale sull’altopiano dell’Eifel, Germania occidentale, nella regione boschiva che si sviluppa tra il medio corso del Reno, le Ardenne e la Mosella. All’epoca Wohlleben faceva diligente il suo lavoro. Valutava cioè salute, robustezza e regolarità dei fusti delle piante da abbattere per ricavarne assi ben diritte e senza nodi, e da sostituire quanto prima con nuovi alberi “da legna”. Abituato com’era a guardare alla foresta “sub specie oeconomica”, in quella che oggi definisce “una prospettiva decisamente ristretta”, finì per inciampare in un sasso. Sembrava un sasso almeno. Quando cercò di toglierlo dal sentiero, si rese conto che era saldamente ancorato al terreno. Niente di strano: ne sporgono di rocce muschiose dal suolo del massiccio scistoso renano. Gratta via il muschio, però, ed ecco che Wohlleben nota le inconfondibili striature – le rughe – di una corteccia. Allora non era una pietra. Scortecciata quella dura scorza, osserva che è verde anche dall’altra parte, che scorre linfa sotto. Possibile? Perché circolino umori vitali nelle fibre innervate del legno, bisogna che ci sia la fotosintesi, la pianta deve respirare, e per questo, lo abbiamo imparato tutti alle scuole medie, serve la clorofilla, ci vogliono le foglie. Quel ciocco mezzo sepolto non aveva neppure i rami, neppure il tronco. Eppure, inciso, sanguinava. Continua a leggere

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Le opere e i giorni del poeta in fuga dalle due Germanie

Uwe-Johnson-am-Inselsee-Guestrow-1953-FUna marina spettacolare, ipnotica, insieme incantevole e inquietante, apre e chiude il romanzo. La sola cosa da fare è tuffarcisi dentro. Comunque vada, nuotatore esperto o incauto che tu sia, la scrittura finirà per risucchiarti, trasportarti, travolgerti dove i gorghi delle correnti alterne fanno le acque più perigliose, condurti dove vuole lei. Accade anche a “lei”, alla protagonista del sontuoso romanzo di Uwe Johnson, alla Gesine Cresspahl dalla cui vita l’autore registra giorno per giorno gli eventi occorsi in un anno. All’inizio la vediamo in acqua, tra le onde lunghe dell’Atlantico. Appagata, coraggiosa, magnifica, «nuota a braccia tese», ma le onde, oltre la risacca, «la traggono di schiena», la riportano indietro, a una spiaggia del passato. E già le acque dell’oceano si mescolano e si confondono con quelle di un altro mare, con lo sciacquettio del Baltico, nel Nord Est della Germania, che un vento come quello che batte la costa del New Jersey riusciva tutt’al più a rendere increspato. Con un respiro lunghissimo, con bracciata possente e sicura, con l’energia e la precisione non già dell’atleta allenato, stavolta, ma del narratore grandioso, Johnson va a concludere il suo capolavoro, 1891 pagine dopo, ancora sulla visione di una spiaggia. È la stessa spiaggia? Quella raggiunta in due ore di treno da New York, dove Gesine vive con la figlia decenne Marie ormai da sette anni? Quella a Nord di Jerichow, il paesino del Meclemburgo nell’entroterra del Baltico dove è nata e cresciuta e da cui è fuggita tanto tempo fa? No, è un’altra ancora. Eppure, anche lì, lo schiaffo dell’onda, la ghiaia che scorre contro i malleoli fanno lo stesso rumore. E anche lì, con gli occhi socchiusi per la luce resa più intensa dal riverbero, si intravede la stessa scena: «una bimba; un uomo in cammino verso il luogo dove sono i morti; e lei, la bimba ch’ero io». È l’ultima pagina di Jahrestage, I giorni e gli anni, che, con un brivido di commozione, finalmente possiamo leggere in italiano, grazie al fantastico lavoro di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini, gli eccellenti traduttori. Continua a leggere

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I fratellastri tedeschi di Oliver Twist

Kirchner_Berlin_Street_Scene_1913Berlino, primi anni Trenta. La crisi economica ha toccato la sua fase più nera, la recessione ha creato il dissesto sociale, la disoccupazione ha gettato la popolazione nella miseria. Solo nella capitale, tra il 1930 e il ’31, i giovani senza lavoro né prospettive sono oltre cinquantamila. Tanti di loro non hanno nemmeno una casa. «Quando muovevano i primi passi sulle gambette arcuate, erano già abbandonati a se stessi», premette l’oscuro cantore di quei diseredati. I conti sono presto fatti: al tempo della loro prima infanzia i padri erano in guerra, la prima, o nelle liste dei dispersi. Le madri, reclutate per la mobilitazione totale, «confezionavano granate nelle fabbriche di esplosivi, sputando i polmoni a forza di tossire», continua il cronista di quella disperazione. I bambini, con le pance piene di cavolo rapa – di patate neanche a parlarne – razzolavano per i cortili in cerca di qualcosa per sfamarsi. Crescendo, avrebbero fatto della strada il loro terreno di caccia. Avrebbero escogitato «furti di gruppo, come piccoli e i cattivi predatori». È a questo punto della loro storia che Ernst Haffner – autore fino a ieri rimasto nell’ombra: l’ombra del sottosuolo metropolitano prima, poi l’ombra lunga del nazismo che lo inghiottì subito dopo l’ascesa al potere di Hitler – inizia furtivamente a inseguirli. Continua a leggere

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Mi ordinarono: uccidi Abele

Letztes_AufgebotDue angeli con la divisa delle Waffen-SS. Due amici fraterni chiamati a recitare la parte di Caino e Abele. Due giovani alle soglie della vita costretti a misurarsi con l’assurdo del Morire in primavera. Vi è un tratto di inconcepibile assurdità nel fondo del romanzo che ha straziato i cuori di Germania, ha suscitato un coro (quasi) unanime di critiche entusiaste nella stampa tedesca, ha fatto gridare al capolavoro o, per il 2015, al libro dell’anno. Uscito lo scorso giugno da Suhrkamp, tradotto ora con raffinato senso della prosa da Riccardo Cravero per Neri Pozza, lo ha scritto il 62enne Ralph Rothmann per raccontare, frugando nei silenzi e nei taciti ricordi del padre, una storia (quasi) vera.

La primavera del titolo è quella del 1945, la stagione che portò alla fine del secondo conflitto mondiale e alla capitolazione tedesca. Per quanto ormai alle strette, con gli inglesi sul confine della Renania-Vestfalia, i russi a Berlino e gli americani sul Reno, la macchina bellica hitleriana continuava ostinatamente a girare bruciando le ultime forze a disposizione: le reclute ancora minorenni, i “soldati da latte”. Due di questi erano Walter e Friedrich, affettuosamente “Ata” e “Fiete”, i due protagonisti del romanzo. Continua a leggere

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Il mondo dei Grimm

biancaneveMagia dell’alfabeto, malia di un glossario da aprire come uno scrigno di segreti, malizia di un mondo ordinato mettendo in fila le parole dalla A alla Z, da “Ärschlein” a “Zettel”, come dire: “da culetto a biglietto”, secondo la formula sconcertante stampata – come titolo del catalogo e della mostra permanente – sull’invito a esplorare il mondo dei Grimm. Grimmwelt, meglio chiarire subito, non è una Disneyland tradotta in lingua germanica e trasposta in terra teutonica. Le comitive di turisti in viaggio a Kassel e in visita a nuovissimo museo dedicato all’universo dei fratelli collezionisti di favole non si aspettino di varcare il cancello del regno fatato come la porta d’ingresso di un parco di divertimenti. Negli spazi espositivi estesi per oltre duemila metri quadri fin sul tetto panoramico della struttura edificata come un avveniristico maniero non troveranno rospi da baciare, torri da scalare arrampicandosi alla lunga treccia di Rapunzel, la bionda Raperonzolo, o lupi da smascherare tra le lenzuola e sotto la cuffietta della nonna di Cappuccetto Rosso. Potranno, sì, sedersi alla tavola dei sette nani di Biancaneve. Porre domande allo specchio parlante che lusingava le brame della Matrigna. Scoprire, sfogliando autografi ricettari, i prodigi e le insidie del più bizzarro e bitorzoluto dei frutti, la mela cotogna. O rompere il sortilegio della figlia del mugnaio condannata a filare oro dalla paglia, sentendo pronunciare in ventotto lingue diverse il nome dello gnomo Tremotino, tradotto anche come Gambolino, ovvero, in originale, Rumpelstilzchen. Solo scoprendo come si chiamava il misterioso omino zoppo che la teneva in suo potere e minacciava di rapirle il figlio primogenito la ragazza, andata in sposa al re, avrebbe spezzato l’incantesimo e salvato da malasorte il principino. Potenza seducente, effetto dirompente di un nome…  Continua a leggere

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Handke: la scrittura che accompagna i giorni

hhhPassare in rassegna gli attrezzi del mestiere di Peter Handke è una festa. Si prova la stessa gioia smagliante, la stessa golosità infantile dello scolaretto che, con la cartella ancora tutta da riempire, entra in cartoleria. Ci sono matite, tante, tutte con la punta medio morbida HB, quella che lascia sulla carta un bel segno grigio chiaro. Pastelli da disegno. Biro, di vari colori. E i quaderni, di varia fattura: dai fascicoletti più eleganti rilegati in pelle ai block notes a spirale. Preferibilmente hanno i fogli bianchi, tutt’al più a righe. L’importante è che siano, alla lettera, tascabili, perché devono sempre stare in una tasca: quella dei pantaloni quella interna o esterna della giacca, nel taschino del gilet. Non sono mai più grandi del formato A6. Handke ne porta sempre uno appresso, addosso, per tirarlo fuori all’occorrenza ovunque: il più delle volte all’aperto, in viaggio, in cammino, sugli autobus, sui treni, durante una breve sosta alla stazione, in una chiesa, al bar. Mai alla scrivania. La redazione al tavolo di lavoro avviene in un secondo momento. Il momento della scrittura, o “l’attimo della parola” – come Handke lo definì in Il peso del mondo, nel testo con il quale scoprì per la prima volta, era il 1977, con sua stessa sorpresa, questo metodo non pianificato (Handke aborre in letteratura tutto ciò che è studiato, calcolato, artefatto, mascherato) – l’istante “in cui il linguaggio si anima, si ravviva” accade in presa diretta con l’esperienza. Accade quando l’autore “reagisce immediatamente, con la parola” a ciò che gli capita: a ciò che vede, ascolta, legge. Non si tratta, si badi bene, di diari. Non vi è niente di personale, di privato. Né tanto meno la “potenziale presunzione” di una coscienza che racconta le proprie impressioni. Piuttosto sono “reportage”: resoconti simultanei di una coscienza vigile.

Nel corso degli anni un simile Begleitschreiben, questa “scrittura di accompagnamento”, è diventata per lo scrittore austriaco un’abitudine irrinunciabile. Continua a leggere

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Poesia come se piovesse

P1020035La tentazione di aprire il cancello, di alzare il coperchio, di dare una sbirciata nel giardino di Jan Wagner era troppo forte. La sorpresa che ha destato, l’euforia che ha suscitato illustrandone angoli e dettagli sapientemente pennellati con le parole non potevano lasciare indifferenti. Quarantamila copie vendute, la permanenza di varie settimane nella classifica dei bestseller, la vincita del premio della Fiera del libro di Lipsia, fino ad ora sempre assegnato alla prosa, sono record inauditi per una raccolta di poesie, sia pur composta in lingua tedesca e proposta al pubblico dei lettori forti di Germania che, per formazione, educazione, tradizione, hanno l’orecchio più allenato alla musica e alla lirica. Fatto sta che il fortunato e straveduto volumetto – pubblicato da Hanser Verlag con il titolo di «Regentonnenvariationen», ovvero “Variazioni sul barile di pioggia”, confezionato in copertina rigida ornata da un grazioso motivo di alchechengi – ha sbaragliato la top ten della narrativa tedesca e ha fatto gridare alla rinascita della poesia. O alla sua riscoperta in chiave pop.

Ma com’è che una raccolta di versi così eleganti e preziosi si è conquistata tanta popolarità? Che cosa cela quel barile di pioggia girando attorno al quale Jan Wagner ha intrecciato con tanta malia le sue variazioni?

E’ una botte di legno, un recipiente per l’acqua piovana, chiuso da un coperchio e sistemato al centro di un giardino. Sta “dietro casa”, “sotto un susino”, sorvegliato dall’occhio gigante di un merlo. Sembra “un forno alla rovescia” perché, anziché esalare fumo, può inghiottire le nuvole. Se ne resta immobile, “freddo, sereno”, “come un maestro zen”. Profuma come un lago di bosco, serba un abisso raccolto in sé, e non lo cede. Eppure risale qualcosa attraverso di esso. Continua a leggere

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