Archivi categoria: Lettere

Inge e Paul

Schermata 2014-04-05 a 22.31.38Aspettare lettere è una pena. Come dargli torto? “Inge, auf Briefe warten ist schwer” scriveva Paul Celan alla Bachmann nell’ottobre del 1950. Le scriveva da Parigi. E, aspettando le buste affrancate col timbro di Vienna, da un paio d’anni penava, languidamente. A intervalli più o meno lunghi, scanditi dalle suppliche “scrivi più spesso e regolarmente”, “rispondi presto”, “dimmi presto di te”, “fammi sapere, anche solo con una di quelle parole leggere che saltano fuori quando si è soli e si possono pronunciare solo a distanza”. A intervalli più o meno brevi, a seconda di quanto decidesse di prolungarli colei – la poetessa di “Il tempo dilazionato” – che con la posta si faceva aspettare. Ma Ingeborg aveva un mucchio da fare. Gli studi da finire, le collaborazioni con i giornali da coltivare (la “Wiener Tageszeitung”, “Die Zeit”), l’impegno da redattrice e script-writer con le emittenti radiofoniche (Rot Weiß Rot, Radio Brema, Beyerische Rundfunk). Ed era comunque la prima a conoscere lo stesso languore. “Ho fame di qualcosa che non mi sarà dato”, gli scriveva nel giugno 1949. E se ne stava lì, lontana, digiuna e golosa, a patire la “Dura legge d’amor” – citava in italiano il Petrarca nell’“Invocazione all’Orsa Maggiore” -, obbediente all’amore che si nutre di desiderio più di quanto non nutra di soddisfazione. Senza esagerare però. Infatti “Mio caro, tu dovresti sapere quant’è logorante stare in attesa della posta”, protestava.  Continua a leggere

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Scrivere lettere

valentine_de_boulogne_san_paolo_scrive_epistole_1620Anonime, laconiche, le più antiche ci arrivano recapitate dalla Grecia. Non sono datate né affrancate, ma il frammento di coccio su cui le graffiarono, la lamina di piombo su cui le arrotolarono risalgono con buona approssimazione al VI secolo dell’epoca precristiana e presocratica. Non sono imbustate o sigillate ma, più della vaga identità del mittente, più dell’incertezza del destinatario, è l’alone d’intrigo che le avvolge a preservarne la riservatezza. Non sono intestate né indirizzate, ma la tensione che tuttora le innerva, l’urgenza di una comunicazione (protesta, dichiarazione o sos), lo slancio vocativo di un contatto ne tradiscono infallibilmente il genere. Sono lettere. E basta il loro testo nudo e crudo – ellittico, spoglio di fronzoli o di decotte formalità – a svelarne tutta la croccante freschezza. “Thamneus lascia la sega sotto la soglia della porta del giardino”. “Emelis, vieni più presto che puoi”. La trama di un delitto? La trama segreta di un amore? Comunque fosse, dalla traccia che ne resta c’è da tirarci fuori un romanzo. Continua a leggere

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