Archivi categoria: Scandinavia

Vatti a fidare della bellezza… Meglio leggere Solstad

Conquista come la tentazione di una travolgente avventura amorosa la lettura del Romanzo 11, libro 18 di quel genio norvegese che è Dag Solstad (si pronuncia Sulsta’, ce lo disse lui stesso due anni fa). È infatti descrivendo con un realismo da cinema in 3D le dinamiche potenti e sottili della fascinazione che incomincia questo racconto di un gioco pericoloso con la vita. Sulle prime sarà impossibile resistere: alla tentazione, alla fascinazione, alla voglia di stare al gioco. Poi però ad avere la meglio sarà la malia del racconto. Un flusso di narrazione ininterrotta che, da pagina 1 a pagina 180 – senza cesure di capitoli, rari sono perfino i capoversi – ti solleva, ti trascina, ti trasporta nei meandri segreti dell’esistenza che, lambiti in fondo nella quotidianità di chiunque, al tocco della scrittura di Solstad si rivelano nella loro misteriosa crudeltà. Così, alla fine, a lasciarti a riva assorto e fremente, con un vago sorriso smagato sulle labbra, non sarà il prevedibile riflusso dell’ondata di passione, il desiderio sfumato, l’amore deluso, bensì la corroborante intelligenza di questo scrittore che scorre luminosa tra le pagine come una splendente marea piena di gorghi e insidie.

Dapprima si è inclini a seguire col batticuore, con un senso di resa e di intima complicità il protagonista del romanzo, Bjørn Hansen quando, sedotto dal sogno di un po’ di felicità rubata – la più desiderabile: quella proibita e passeggera -, lascia la moglie e il figlioletto di due anni per correre dietro, fin nella più remota provincia norvegese, alla seducente Turid Lammers, una sofisticata bellezza nordica che sprigiona appeal, energia vitale, e uno studiatissimo charme parigino sottolineato dalla gestualità delle mani acquisita «come un accessorio estetico» quand’era in Francia per i suoi studi. Di fatto il colpo di testa che lo porta a rompere con tutto ciò che era – un rispettato professionista, un onesto padre di famiglia, un autorevole impiegato ministeriale a Oslo -, lo conduce in un paesino dimenticato da Dio dove accetta di svolgere, perfino con trasporto, il ruolo di esattore comunale accanto a colei per la quale aveva provato un’attrazione che non ricorda né capisce più.

Con una ferocia spietata, quasi sadica, Solstad disegna l’inesorabile linea di caduta dell’avvenenza femminile che sfiorisce. Continua a leggere

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Per quel bicchiere andato storto

P1090736Viaggiando in un principio assonnato di primavera attraverso la campagna svedese, che ancora torpida si abbandona pigramente al disgelo, per raggiungere Torgny Lindgren nel suo eremo al limitare delle foreste nell’Östergottland, viene in mente un breve dialogo tra due suoi personaggi. «Ho cercato a lungo un paesaggio che corrisponda al mio stato d’animo», dice lui. «Sì, c’è sempre da vergognarsi di quel che si ha dentro», risponde lei. La battuta, minuscolo assaggio, tradisce lo spirito dello scrittore e accademico di Svezia che da 25 anni siede nella commissione di coloro che eleggono il Nobel per la letteratura: tanto grave e assorto quanto guizzante di acume e di ironia. Si immagina anche che in un paesaggio simile, fatto di boschi di abeti e di acquitrini, dovesse nascondersi L’ultimo bicchiere di Klingsor, l’oggetto sconcertante al centro del suo ultimo romanzo in uscita da Iperborea nella traduzione stupenda di Carmen Giorgetti Cima. Aveva contenuto la più limpida e squisita delle acqueviti, distillata per Pentecoste da un vecchio boscaiolo e, svuotato a ripetizione da costui, «con coraggio e perseveranza», in una notte di ebbrezza, fu dimenticato nella foresta su un ceppo di abete tagliato di sbieco. Lasciato lì per anni, lentamente il bicchiere posato su quella base inclinata rimediò «alla sua vergognosa condizione sbilenca» e «si raddrizzò» – cioè si piegò – puntando verso il cielo. Fu ritrovato da un bisnipote dell’improvvido taglialegna e devoto bevitore il quale, scoprendo la sua inconcepibile forma storta, prese a indagare da pittore di nature morte il mistero della vita della materia e intraprese col pennello in mano «la via per la sobria ebbrezza dell’arte».

Di tutto questo – di ebbrezza e di arte, di natura e devozione, di pittura e romanzi – parleremo con Torgny Lindgren, penso viaggiando, unica passeggera, sul pullman che in tre ore da Stoccolma porta a Linköping. Lui viene a prendermi alla stazione dei bus, una banchina in mezzo al nulla dove il veicolo, con indefettibile puntualità scandinava, si ferma all’ora stabilita. Mi viene incontro camminando sotto una pioggia leggera e gelata. È alto, magrissimo, di una magrezza – scopriremo – malata, e ha una leggerezza spirituale. La pelle del viso, incorniciato da una corta barba da profeta, è bianca e sottile, straordinariamente fresca per i suoi 78 anni, e gli occhi, sotto il cappellino impermeabile, brillano di una luce viva e preziosa. Stina, sua moglie, ci aspetta seduta in macchina. Abbiamo ancora cinquanta minuti di viaggio prima di arrivare alla grande casa parrocchiale – «la chiesa da queste parti ha venduto molte delle sue proprietà ai privati», avverte Lindgren – dove la coppia, inseparabile da sessant’anni, vive da quasi un trentennio.  Continua a leggere

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Jul, il ritorno del sole

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Poche ore di luce livida, quando il cielo è nuvoloso, o dorata, se il riflesso di un sole remoto accende l’orizzonte nel cielo sereno. Luce di crepuscolo, quasi un ricordo del giorno, che quassù, nel Grande Nord, dà la misura precisa del tempo della notte del mondo. E, tanto più, scandisce la lenta, sospirata, immancabile, eternamente ritornante, grandiosamente festosa uscita dalle tenebre. Il Natale, a Oslo, là dove le ombre lunghe della terra rendono più percettibile la distanza del pianeta dalla sua stella, è un momento quanto mai denso di trepidazione e di attesa. Nel cuore dell’inverno, nel corso della notte più lunga dell’anno, si aspetta con fiducia. Si aspetta l’arrivo della luce, del calore, della vita, ovvero la venuta del Bambino emblema di speranza e di salvezza. Naturale che qui, sin dalle origini e ancora oggi, il significato della Natività cristiana si intrecciasse con le forti suggestioni e la simbologia del passaggio dell’anno. Che il racconto, o l’annuncio, della redenzione si innestasse su un fitto sostrato di credenze e tradizioni ben più antiche della cristianizzazione della landa scardinava. Ebbero buon gioco i missionari della Chiesa di Birka quando, nel IX secolo, diffondendo in terra nordica la buona novella, la collegarono ai riti pagani della vegetazione e alle leggende cosmologiche rurali. A un’analoga strategia, a metà del X secolo, dovettero il loro successo Haakon il buono, sovrano di Norvegia figlio di Araldo Bellachioma, e Aroldo Denteazzurro, il fautore dell’unificazione e della conversione del regno di Danimarca, i quali, per far accettare il nuovo credo alle popolazioni refrattarie, procedettero per progressivi adattamenti della religione cristiana agli usi e alle superstizioni contadine. Per esempio, fu per decreto regale che si legiferò affinché ognuno celebrasse l’Avvento preparando per l’occasione nelle fattorie la propria birra artigianale. Da allora, almeno, per quanto ci è testimoniato da fonti tanto frammentarie ed elusive quanto intriganti e affascinanti, per festeggiare il Natale nelle regioni più settentrionali d’Europa, “si beve lo Jul”, “drikke Jul”, ci si butta alle spalle i rigori dell’inverno con il boccale in mano e si brinda al ritorno del sole.  Continua a leggere

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Lars Gustafsson: «Anche il piastrellista è filosofo»

VästmanlandChi legga con la matita in mano e si ritrovi tra le mani un libro di Lars Gustafsson si accorgerà che difficilmente resisterà alla tentazione di sottolineare quasi tutte le righe. Tanto fitta di trovate, di pensieri inediti, di idee colte al volo e messe in forma in modo originale, di argute osservazioni, di luminose definizioni e descrizioni liriche è la sua prosa. La sua è una scrittura densa, trapunta di gemme teoretiche e poetiche e intessuta nella trama di un appassionato raccontare. Per il modo in cui nei suoi romanzi – ne citiamo alcuni tra i più noti, tutti tradotti in Italia da Iperborea: Morte di un apicultore, Il pomeriggio di un piastrellista, Il decano, Le bianche braccia della signora Sorgedahl e l’ultimo tradotto, uscito quest’estate, L’uomo sulla bicicletta blu – «ha saputo mirabilmente legare intuizione filosofica e maestria narrativa», la giuria dell’Accademia delle belle arti di Monaco gli conferisce quest’anno – la cerimonia avrà luogo giovedì prossimo, il 29 ottobre – il prestigioso Premio Thomas Mann, istituito nel 1975 e fino a oggi assegnato esclusivamente ad autori di lingua tedesca.

Lars Gustafsson, lei, autore svedese, vince quest’anno il “Thomas Mann”. Che cosa significa per lei questo riconoscimento e qual è il suo rapporto con la cultura tedesca?

La mia relazione con la Germania è antica e intensa. Già dagli anni Sessanta Hans Magnus Enzensberger iniziò a tradurre le mie poesie in tedesco, per Carl Hanser Verlag e, per lo stesso editore di Monaco sono usciti molti miei romanzi. Ciò ha portato a un vivace scambio culturale: sono stato membro di molte accademie tedesche, per esempio la Akademie der Künste di Berlino, negli anni Settanta ho ricevuto la borsa di studio del Berliner Künstler Programm, ho insegnato come visiting professor, nelle università di Bielefeld, Tübingen, Hamburg e sono stato fellow al Wissenschaftskolleg, ovvero l’Institute for Advanced Study di Berlino. Thomas Mann ho iniziato a leggerlo assai presto, negli anni Cinquanta, quando avevo meno di vent’anni. I giovani si scelgono i libri di cui hanno più bisogno, e io allora mi scelsi il Doktor Faustus. Naturalmente oggi vincere il premio intitolato a Mann è un grandissimo onore, non solo perché sono il primo scrittore non tedesco a riceverlo, ma anche per la statura degli altri premiati che mi hanno preceduto. L’anno scorso, per esempio, il riconoscimento è andato a Rüdiger Safranski, che è scrittore, filosofo e grande divulgatore della filosofia. Oggi pomeriggio ero appunto intento a leggere il suo ultimo libro sul tempo (Zeit. Was sie mit uns macht und was wir aus ihr machen: “Tempo. Che cosa ne facciamo e che cosa esso fa di noi”, uscito da un paio di mesi da Hanser ndr). È un tema, questo del tempo, di cui mi sono sempre intensamente occupato. E, a proposito delle stranezze del tempo, è bizzarro che adesso, alla fine della vita, io torni a Thomas Mann, in cui avevo cercato le mie prime risposte.  Continua a leggere

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Ho visto l’assassino da quella finestra

Da Oslo (Norvegia)

Dag SolstadDag Solstad è autore che si legge ridendo a denti stretti. Che sia per la sua declinazione squisitamente norvegese della nota arguzia nordica, o per il particolare mix di ingredienti – provocazione, indignazione, passione letteraria, impegno e disincanto – che rendono unico il sapore dei suoi libri. Umorista malgré soi, «non ho mai avuto intenzioni umoristiche, ma ho un’antenna speciale per captare l’assurdo delle situazioni, che alla fine risultano comiche», dice. Moralista senza mai farti la morale o darti una lezione, sa inchiodarti alla pagina analizzando il passo di un dramma di Ibsen, salvo poi far perdere le staffe e pure il posto al prof che stava spiegando quel passo ai suoi svogliati studenti (accade in Timidezza e dignità). E sa intrigarti con la scena di un delitto che solleva tante domande nel suo testimone da far sì che, alla fine, ciò che interessa meno è proprio la soluzione del caso di omicidio. È quanto accade in La notte del professor Andersen in uscita nei prossimi giorni da Iperborea.

Il Prof. Andersen abita proprio in questo quartiere di Oslo, all’angolo con la sua via. Lei stesso potrebbe aver visto dalle sue finestre la scena criminale cui assiste il suo personaggio. 

Ah sì, guardi (si alza di scatto e indica la casa di fronte): la scena si è svolta proprio là, dietro quella finestra. A dire il vero quando mi è venuta in mente tutta la storia ero in cucina, che dà sul cortile interno, ma la scena mi era parsa nell’insieme un po’ triste e decisamente troppo hitchcockiana, La finestra sul cortile… Così mi sono spostato qui in salotto e, cambiando stanza, sono passato dal cinema alla letteratura.  Continua a leggere

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Nel paese dei Mumin

Schermata 2014-11-16 a 13.59.59Non che si fosse mai riproposta di essere pedagogica. Ma i milioni di bambini che adorarono e adorano i suoi Mumin hanno trovato in lei una maestra d’eccezione. Non che Tove Jansson (1914-2001) abbia mai avuto in mente di insegnare alcunché, men che meno a un pubblico infantile. Ma la lezione trasmessa dai suoi panciuti ippo-troll, le fantastiche figurette da fumetto, un po’ ippopotami, un po’ folletti, che creò negli anni Quaranta e continuò a disegnare per trentacinque anni di gloriosa attività di fumettista resta impagabile, inossidabile, intramontabile. Imparare a essere soli. A stimare il prezzo della libertà e a calcolarne gli effetti collaterali e le controindicazioni. Accettare l’ignoto, l’inesorabile, l’incerto come una sorpresa, una consolazione, un costante motivo di meraviglia. E poi scoprire le misure incomputabili del tempo, il gioiello inafferrabile dell’amore, la potenza indomabile della natura e quella addomesticabile della paura…

Proprio per fare i conti con le proprie paure e con le minacce che gravavano sul suo tempo l’artista finlandese nata a Helsinki il 9 agosto 1914 – proprio cento anni fa – e appartenente alla minoranza di lingua svedese, si inventò negli anni della seconda guerra mondiale un luogo fatato, uno spazio di fuga, un regno da fiaba dove ambientare storie da raccontare cominciando con un “c’era una volta” e concludendo con un promettente lieto fine. Continua a leggere

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Dostoevskij Way

Schermata 2014-07-02 a 03.39.19Come si fa a scrivere un romanzo bellissimo – che ti cattura e non ti molla più, come una trappola – evitando con cura di tessere la rete di un intreccio, rinunciando a imbastire anche lo straccio di una trama. Come si può attraversare spazi sterminati, percorrendone le distanze smisurate e sondandone i recessi più segreti, senza muovere un passo, senza concedere all’avventuroso esploratore neanche la gioia del più piccolo movimento. E come organizzare il pericoloso incontro fra due anime, chiamate a rivelarsi controvoglia l’una all’altra, facendo totalmente a meno del dialogo. Si fa e si può lasciando perdere mezze misure e mezze vie e spingendosi dritti fino al limite. Quel limite si raggiunge con un viaggio in treno, nello “Scompartimento N.6” di Rosa Liksom (Iperborea), che ha preso due sconosciuti, un uomo e una ragazza, o più precisamente un vecchio criminale russo e una giovane studentessa finlandese, li ha chiusi insieme, da soli, nella stessa cabina ferroviaria e li ha lanciati sui binari della transiberiana oltre i confini orientali dell’Europa fino alle lande più remote dell’Asia. Una situazione narrativamente estrema perché, in una quindicina di giorni di viaggio, di fatto non accade nulla. Una posizione piuttosto scomoda, fisicamente estrema, se il meglio che ci si possa inventare per sgranchirsi è l’andirivieni corridoio-cuccetta o, nel caso di lui, le mattutine flessioni tra i sedili, e se alle rare stazioni in cui si può scendere, ancora all’inizio della primavera, un gelo feroce ti morde le guance e una brina tenace ti si appiccica ai riccioli (al solitario ricciolo scappato fuori dal berretto di lana…). Una estrema tensione – sociale, culturale, politica, generazionale, sessuale – tra i due personaggi protagonisti, che in effetti non sembrano avere molto da dirsi. Ma, detto così, suona ancora piuttosto schematico, e non va bene perché il quadretto, e anzi il sorprendente affresco a tinte forti, dai netti contrasti, orientato su ben decise contrapposizioni geografiche, non è affatto stato studiato a tavolino.  Continua a leggere

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Cool Finlandia

Schermata 2014-07-02 a 03.56.46Si narra che la bella Marjatta, fanciulla giovane, vergine, golosa, fu ingravidata da una bacca di mirtillo scesa giù dalle sue labbra attraverso la tenera gola fino al ventre, e che stupita e spaventata nel ritrovarsi madre, andò a partorire nello spazio protetto di un bagno riscaldato. Così cantavano in versi i poeti finnici dell’alto Medioevo, nell’epoca in cui il Cristianesimo approdò dall’Ovest alle lande sperdute di Finlandia. Ma la versione nordica e poetica della storia della Vergine Maria, con relativa descrizione del “Natale in una sauna”, non fu trascritta che a metà del XIX secolo, allorché dalla raccolta degli antichi canti popolari fu redatta la prima edizione del Kalevala, l’epos nazionale. Meno di cinquanta anni dopo fu pubblicato il primo romanzo in lingua finlandese, I sette fratelli di Aleksis Kivi, uscito nel 1870.

Che cosa si evince da questa vicenda? Che quella finlandese è una cultura giovane. Che fresca, nuova, breve è la tradizione della letteratura. Che ben più antica di quella letteraria è, in Finlandia, la tradizione della sauna. Eppure, eppure. Continua a leggere

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L’uomo laser, cuore nero della Svezia

Schermata 2015-09-03 a 15.31.34Accese una spia inquietante vent’anni fa L’uomo laser di cui narra Gellert Tamas. La luce rossa del mirino di precisione dell’arma di John Ausonius, puntata a ripetizione sulle sue vittime – in tutto dieci, tutti immigrati, colpiti a sorpresa e feriti gravemente, in un caso mortalmente, tra l’agosto del 1991 e il gennaio del ’92 – brilla ancora oggi come il segnale di un disagio sociale, di una paura viscerale del diverso capace di condurre a deprecabili manifestazioni di intolleranza se non ai gesti di violenza più efferati. L’ascesa in parlamento delle destre in Svezia e nei paesi scandinavi, la strage dell’estate scorsa a Oslo, le fucilate contro gli islamici nelle periferia di Malmö, sono fatti recenti che parlano chiaro. Allo scrittore che, nato in Svezia da genitori ungheresi, giornalista del principale quotidiano svedese, massimo esperto dei movimenti radicali di destra, con il bestseller Lasermannen ha inchiodato le coscienze europee su un problema sempre più urgente abbiamo chiesto:

Gellert Tamas, il suo romanzo L’uomo laser tradotto oggi in italiano da Iperborea uscì in Svezia dieci anni fa, e gli attacchi agli immigrati di cui racconta accaddero vent’anni fa. Che cosa è cambiato in tutto questo tempo?

La retorica della destra xenofoba è rimasta la stessa. Continua a leggere

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Halldór Laxness

Schermata 2014-04-05 a 19.14.38Puro umorismo islandese. Ne è improntato da cima a fondo – dalla vetta fin Sotto il Ghiacciaio – il romanzo che Halldór Laxness (1902-1998) scrisse nel 1968 ed è oggi proposto per la prima volta in italiano da Iperborea. Laxness, ovvero l’unico Nobel d’Islanda, ricevuto nel 1955 per Gente Indipendente: la lunga saga in cui lo scrittore, oltre allo humour, seppe esprimere sensibilità, credenze, carattere, tradizioni della sua stirpe. E “il Ghiacciaio”, ovvero lo Snaefell, già celebre per il fatto che, con la discesa nel suo cratere, Jules Verne fece iniziare il Viaggio al centro della terra. Continua a leggere