Archivi categoria: Tradizioni

L’anima della foresta

piet_mondrian_006_albero_grigio_1912Quando se ne accorse per la prima volta, fu come incontrare un Barbalbero nella foresta di Eriador. Come se tra le fronde e sotto la scorza degli alberi in mezzo a cui si aggirava incurante da vent’anni all’improvviso avesse scorto un occhio intelligente che lo guardava. In quello sguardo non c’era supplica, né accusa, né minaccia. Solo la spia di un essere alla sua maniera ricettivo. Senziente, paziente, rammemorante, desiderante. Il protagonista di un’esistenza tutta da indagare. A fare quell’incontro spiazzante con lo spirito di un vecchissimo faggio – verrebbe da dire “con il fantasma”, non fosse che il vegliardo era ancora vivo – fu Peter Wohlleben, guardia forestale sull’altopiano dell’Eifel, Germania occidentale, nella regione boschiva che si sviluppa tra il medio corso del Reno, le Ardenne e la Mosella. All’epoca Wohlleben faceva diligente il suo lavoro. Valutava cioè salute, robustezza e regolarità dei fusti delle piante da abbattere per ricavarne assi ben diritte e senza nodi, e da sostituire quanto prima con nuovi alberi “da legna”. Abituato com’era a guardare alla foresta “sub specie oeconomica”, in quella che oggi definisce “una prospettiva decisamente ristretta”, finì per inciampare in un sasso. Sembrava un sasso almeno. Quando cercò di toglierlo dal sentiero, si rese conto che era saldamente ancorato al terreno. Niente di strano: ne sporgono di rocce muschiose dal suolo del massiccio scistoso renano. Gratta via il muschio, però, ed ecco che Wohlleben nota le inconfondibili striature – le rughe – di una corteccia. Allora non era una pietra. Scortecciata quella dura scorza, osserva che è verde anche dall’altra parte, che scorre linfa sotto. Possibile? Perché circolino umori vitali nelle fibre innervate del legno, bisogna che ci sia la fotosintesi, la pianta deve respirare, e per questo, lo abbiamo imparato tutti alle scuole medie, serve la clorofilla, ci vogliono le foglie. Quel ciocco mezzo sepolto non aveva neppure i rami, neppure il tronco. Eppure, inciso, sanguinava. Continua a leggere

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Il mondo dei Grimm

biancaneveMagia dell’alfabeto, malia di un glossario da aprire come uno scrigno di segreti, malizia di un mondo ordinato mettendo in fila le parole dalla A alla Z, da “Ärschlein” a “Zettel”, come dire: “da culetto a biglietto”, secondo la formula sconcertante stampata – come titolo del catalogo e della mostra permanente – sull’invito a esplorare il mondo dei Grimm. Grimmwelt, meglio chiarire subito, non è una Disneyland tradotta in lingua germanica e trasposta in terra teutonica. Le comitive di turisti in viaggio a Kassel e in visita a nuovissimo museo dedicato all’universo dei fratelli collezionisti di favole non si aspettino di varcare il cancello del regno fatato come la porta d’ingresso di un parco di divertimenti. Negli spazi espositivi estesi per oltre duemila metri quadri fin sul tetto panoramico della struttura edificata come un avveniristico maniero non troveranno rospi da baciare, torri da scalare arrampicandosi alla lunga treccia di Rapunzel, la bionda Raperonzolo, o lupi da smascherare tra le lenzuola e sotto la cuffietta della nonna di Cappuccetto Rosso. Potranno, sì, sedersi alla tavola dei sette nani di Biancaneve. Porre domande allo specchio parlante che lusingava le brame della Matrigna. Scoprire, sfogliando autografi ricettari, i prodigi e le insidie del più bizzarro e bitorzoluto dei frutti, la mela cotogna. O rompere il sortilegio della figlia del mugnaio condannata a filare oro dalla paglia, sentendo pronunciare in ventotto lingue diverse il nome dello gnomo Tremotino, tradotto anche come Gambolino, ovvero, in originale, Rumpelstilzchen. Solo scoprendo come si chiamava il misterioso omino zoppo che la teneva in suo potere e minacciava di rapirle il figlio primogenito la ragazza, andata in sposa al re, avrebbe spezzato l’incantesimo e salvato da malasorte il principino. Potenza seducente, effetto dirompente di un nome…  Continua a leggere

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Jul, il ritorno del sole

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Poche ore di luce livida, quando il cielo è nuvoloso, o dorata, se il riflesso di un sole remoto accende l’orizzonte nel cielo sereno. Luce di crepuscolo, quasi un ricordo del giorno, che quassù, nel Grande Nord, dà la misura precisa del tempo della notte del mondo. E, tanto più, scandisce la lenta, sospirata, immancabile, eternamente ritornante, grandiosamente festosa uscita dalle tenebre. Il Natale, a Oslo, là dove le ombre lunghe della terra rendono più percettibile la distanza del pianeta dalla sua stella, è un momento quanto mai denso di trepidazione e di attesa. Nel cuore dell’inverno, nel corso della notte più lunga dell’anno, si aspetta con fiducia. Si aspetta l’arrivo della luce, del calore, della vita, ovvero la venuta del Bambino emblema di speranza e di salvezza. Naturale che qui, sin dalle origini e ancora oggi, il significato della Natività cristiana si intrecciasse con le forti suggestioni e la simbologia del passaggio dell’anno. Che il racconto, o l’annuncio, della redenzione si innestasse su un fitto sostrato di credenze e tradizioni ben più antiche della cristianizzazione della landa scardinava. Ebbero buon gioco i missionari della Chiesa di Birka quando, nel IX secolo, diffondendo in terra nordica la buona novella, la collegarono ai riti pagani della vegetazione e alle leggende cosmologiche rurali. A un’analoga strategia, a metà del X secolo, dovettero il loro successo Haakon il buono, sovrano di Norvegia figlio di Araldo Bellachioma, e Aroldo Denteazzurro, il fautore dell’unificazione e della conversione del regno di Danimarca, i quali, per far accettare il nuovo credo alle popolazioni refrattarie, procedettero per progressivi adattamenti della religione cristiana agli usi e alle superstizioni contadine. Per esempio, fu per decreto regale che si legiferò affinché ognuno celebrasse l’Avvento preparando per l’occasione nelle fattorie la propria birra artigianale. Da allora, almeno, per quanto ci è testimoniato da fonti tanto frammentarie ed elusive quanto intriganti e affascinanti, per festeggiare il Natale nelle regioni più settentrionali d’Europa, “si beve lo Jul”, “drikke Jul”, ci si butta alle spalle i rigori dell’inverno con il boccale in mano e si brinda al ritorno del sole.  Continua a leggere

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