Archivi categoria: Traduzione

Peter Handke: «Vivo nel bosco, ascolto gli alberi che sussurrano»

Casa HandkeDa Chaville (Parigi)

«Ma sì, venga da queste parti a maggio, quando al margine del bosco, tra l’erba o sotto l’edera, val la pena di scoprire i prugnoli di San Giorgio». L’invito di Peter Handke era arrivato per posta, dopo uno scambio di lettere e di osservazioni sul tradurre, dopo la timida richiesta di un incontro e l’invio di qualche immagine di certi trofei. Io gli avevo spedito le foto dei porcini raccolti l’estate scorsa in Alto Adige, nei giorni in cui lavoravo alla traduzione del suo Saggio sul cercatore di funghi: un racconto fiabesco, la storia di un’incredibile avventura uscita in questi giorni da Guanda. Lui aveva risposto con la foto di un gigantesco piatto di funghi da lui stesso cucinati per capodanno. Handke ha un sense of humour che contraddice l’immagine, che in genere gli si attribuisce, di quell’orso eremita, schivo, furente, allergico ai giornalisti… In effetti come dargli torto? Certe sue posizioni sono state incresciosamente travisate. Come nel caso della ex Jugoslavia ai tempi della guerra nei Balcani. Sostenne la popolazione jugoslava, sensibile «alla loro tragedia – disse -, alla loro situazione senza speranza». Si schierò per la Serbia, si scagliò contro i bombardamenti della Nato lanciati su migliaia di civili. Pianse la sorte dei bambini vittime innocenti del conflitto, per i quali l’anno scorso ha devoluto gli oltre 300 mila euro del Premio Ibsen. E, da certa stampa, fu etichettato come fascista, come un sostenitore del boia Milosevic o addirittura del sanguinario generale Mladic. Intanto, proprio in nome «della grande amicizia e della simpatia dimostrata da Handke verso la popolazione serba», Belgrado gli ha conferito pochi giorni fa la cittadinanza onoraria…

Con la vita avventurosa che ha vissuto, con tutte le donne misteriose e bellissime che ha avuto, oggi vive da anni in solitudine nel sobborgo parigino di Chaville, in una casa che, cinta da un muro e dal verde, dalla strada non si scorge nemmeno. Ma il gesto con cui apre il cancello del suo giardino – per mostrarmi orgoglioso i due meli, il cotogno non ancora del tutto sfiorito, il giovane pero, il grande cedro, il noce, il castagno… è lui in persona a coltivare sue piante – e la porta della sua dimora non potrebbe essere più ospitale. Dunque la traduzione. Cominciamo col parlare di questo.

Lei stesso ha tradotto molti libri, di autori antichi e moderni. Tradurre le procura gioia? 

Ho paura quando scrivo, sempre, ancora adesso. La scrittura propria è sempre pericolosa. Ma quando traduco non ho paura. Semmai ho problemi, ma i problemi si possono risolvere. Scrivendo invece… Scrivere non è normale come sembra per la maggior parte degli scrittori oggi. Così la letteratura non è più la grande spedizione che potrebbe essere. Tanti oggi trovano normale scrivere. Forse è naturale, ma non è normale. Può diventare naturale man mano che si scrive, ma l’inizio non è naturale: l’inizio è un sacrilegio.

Perché? 

Non lo so! Non posso sempre dire perché… Però è una necessità vitale. Senza scrivere non potrei esistere. Scrivere è sano, indica la via verso la salute. Tradurre invece è vampiresco. Ti divora l’anima, non la nutre a sufficienza. Anche quando si ama molto un libro, o si traduce un autore che si sente affine. Tradurre non basta. Però una volta tradurre fu per me una salvezza.  Continua a leggere

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Libri e kalashnikov

Schermata 2014-05-09 a 05.16.35Quando ancora la si intravede appena, già la si guarda con un brivido di inquietudine e una punta di sospetto. Dev’essere una maga, una strega, una specie di veggente o di pazza sapiente. E’ donna, è vecchia, è sola, appare dalla penombra e, anche in una luce così fioca, ha i capelli inequivocabilmente blu. E’ intenta a misteriosi rituali: lavacri battesimali, brindisi notturni, gesti apotropaici, invocazioni propiziatorie. Forse sta parlando con i morti, o si dispone ad ascoltare gli dei, o a prestare la sua voce – di invasata, di medium – a spiriti grandi, scomparsi, lontani, stranieri. Proprio così. E’ infatti una traduttrice. Lo è da una vita. Fa da una vita quello che sarebbe inappropriato definire un lavoro. Non perché gratuito o malpagato: di questo lei, nel suo lungo racconto di sé, aristocraticamente non fa cenno. Né perché semisegreto, compiuto in solitudine, svolto in tempi incalcolabili, imprevedibili, prossimi ai cicli stellari e auspicabilmente lentissimi, destinato, se riuscito, a restare inaudito, affinché tutti porgano bene orecchio all’autore originale del testo.

Del testo – originalissimo – di Rabih Alameddine però, scritto con seducente complicità verso il suo personaggio dall’autore nato in Giordania, cresciuto in Libano e residente a San Francisco, tradotto con irresistibile capacità di immedesimazione da Licia Vighi, la protagonista e voce narrante è proprio “La traduttrice” (Bompiani, 303 pagine, 18 euro). E’ una creatura fantastica, spaventosa, esotica, ammaliante fin dal primo sguardo, che la coglie nel crepuscolo di un mattino d’inverno nel suo appartamento di Beirut mentre osserva inorridita allo specchio gli effetti dello shampoo Bel Argent con cui si è appena lavata i capelli: studiato apposta per smorzare il grigiore della canizie, ha invece acceso sulle sue lunghe ciocche una vivace tonalità di azzurro, “fortunatamente diverso da quello della bandiera israeliana”. Continua a leggere

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Le intraducibili

Schermata 2015-03-21 a 04.05.47Sappiamo tutti di che cosa si sta parlando, ma il più delle volte ignoriamo che c’è una parola per dirlo. Perciò suona come un abracadabra, una formula magica (o un lampo di poesia) l’espressione che, tutto d’un fiato, nomina ciò che si credeva ineffabile, chiama all’appello e a rapporto situazioni o sensazioni “inaudite” solo perché non ancora registrate con un proprio nome, né ancora messe a verbale nella propria lingua. Quando però manca la parola, dorme la citazione calzante dentro un libro mai aperto, il nome sfugge, c’è sempre modo di andarlo ad acchiappare oltrefrontiera. Gli scozzesi dicono “to tartle” quell’esitazione balbettante e imbarazzata di chi, di fronte al suo interlocutore, è sopraffatto da un vuoto di memoria, dimentica il nome del tizio con cui sta parlando, e magari – circostanza aggravante – deve pure presentarlo a una terza persona che non vede l’ora di farne la conoscenza. Allora cerca invano con gli occhi, schiocca le dita, prova diplomaticamente a stimolare suggerimenti e alla fine non può fare altro che ammettere la sua imperdonabile dimenticanza. Aiuta in questo caso a cavarsi dagli impicci chiamare la pausa di silenzio col suo nome, scusarsi e riannodare il filo della conversazione chiedendosi per esempio se in Scozia capiti più spesso che altrove di incappare in una così comune defaillance.

Colma un diverso vuoto di parole quel che i tedeschi definiscono un “Treppenwitz”, che alla lettera corrisponde allo “humour delle scale”, alla battuta che ti viene in mente quando ormai sei già in fondo ai gradini, alla risposta a tono che avresti voluto dare a chi ti aveva zittito su di sopra, quand’eri ancora in sala, prima che, con la bocca chiusa e le pive nel sacco, avessi deciso di scender giù verso l’uscita. Continua a leggere

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L’esser-formattati

Schermata 2014-05-05 a 14.20.40È fin troppo facile strappare un sorriso al lettore (o suscitare il suo sconcerto) citando un assaggio della nuova versione del saggio su L’origine dell’opera d’arte di Martin Heidegger curata da Gino Zaccaria e Ivo De Gennaro.

Come il seguente: «Nel mezzo dell’intero dell’ente, nel suo fulcro, si stanzia un’insorta fermezza per ogni essente. Una stagliatura è». Di che si sta parlando? Sbirciando nel testo tedesco, si scopre che “stagliatura” è Lichtung, la “radura”, immagine familiare a qualsiasi studente del primo anno alla quale gli studiosi hanno dedicato fior di letteratura; “insorta fermezza” è offene Stelle, che rinvia a quell’idea di “aperto” che Heidegger mette a punto, tra l’altro, attraverso il confronto con i poeti; lo “stanziarsi”, poi, altro non è che una versione azzardata di un concetto filosofico più che blasonato: Wesen, essenza (sia pure in senso verbale).

Eloquente è di per sé già la scelta del titolo della raccolta che comprende il saggio sull’arte: i “Sentieri interrotti”, così felicemente evocativi, con cui Pietro Chiodi intitolò l’edizione del 1968 (La Nuova Italia) diventano i “Sentieri della casa e del fuoco nel loro perdersi sempre e improvvisamente in cammini non battuti”.  Continua a leggere

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