Archivi tag: Berlino

I fratellastri tedeschi di Oliver Twist

Kirchner_Berlin_Street_Scene_1913Berlino, primi anni Trenta. La crisi economica ha toccato la sua fase più nera, la recessione ha creato il dissesto sociale, la disoccupazione ha gettato la popolazione nella miseria. Solo nella capitale, tra il 1930 e il ’31, i giovani senza lavoro né prospettive sono oltre cinquantamila. Tanti di loro non hanno nemmeno una casa. «Quando muovevano i primi passi sulle gambette arcuate, erano già abbandonati a se stessi», premette l’oscuro cantore di quei diseredati. I conti sono presto fatti: al tempo della loro prima infanzia i padri erano in guerra, la prima, o nelle liste dei dispersi. Le madri, reclutate per la mobilitazione totale, «confezionavano granate nelle fabbriche di esplosivi, sputando i polmoni a forza di tossire», continua il cronista di quella disperazione. I bambini, con le pance piene di cavolo rapa – di patate neanche a parlarne – razzolavano per i cortili in cerca di qualcosa per sfamarsi. Crescendo, avrebbero fatto della strada il loro terreno di caccia. Avrebbero escogitato «furti di gruppo, come piccoli e i cattivi predatori». È a questo punto della loro storia che Ernst Haffner – autore fino a ieri rimasto nell’ombra: l’ombra del sottosuolo metropolitano prima, poi l’ombra lunga del nazismo che lo inghiottì subito dopo l’ascesa al potere di Hitler – inizia furtivamente a inseguirli. Continua a leggere

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La voce del Muro

Schermata 2014-11-16 a 14.16.35Fu eretto in una notte 53 anni fa. In una notte 25 anni fa fu distrutto. E il tempo che impiegò a incidere “un taglio nella carne”, “nella testa” e “attraverso il paese” dei tedeschi è pari almeno a quello impiegato poi a smaterializzarsi, perdere sostanza, trasformarsi lentamente da barriera, cesura, ferita aperta, in un’ombra, uno spettro, una fata morgana. Una ancora sensibile se pur non più visibile cicatrice. Una linea di orizzonte: lontana, intangibile eppure ancora buona a orizzontarsi. Parliamo del Muro di Berlino. “Un taglio nella propria carne / un taglio attraverso la terra” sintetizzava in due versi del 1992 il poeta Bernd Jentsch. “Un muro nelle teste” lo aveva definito dieci anni prima lo scrittore Peter Schneider, profetizzando nel 1982 che ci sarebbe voluto più tempo a sradicarlo dall’immaginario dei suoi connazionali di quanto avrebbe potuto impiegarne un’impresa di demolizioni per abbatterlo. Nel corso del quarto di secolo passato dal suo crollo – l’anniversario della caduta si celebra il 9 novembre – la letteratura non ha effettivamente smesso di misurarvisi. Prendendone via via distanza, sì: sulle prime la distanza dell’ironia, del disimpegno, del disincanto, e alla lunga quella adatta a proiettarvi visioni emblematiche, simboli, parabole. Ma facendovi costantemente riferimento. E’ di quest’autunno, per fare l’esempio più recente, l’acclamato (e bellissimo) romanzo d’esordio del poeta “ostdeutsch” Lutz Seiler: “Kruso”, uscito a settembre da Suhrkamp, premiato alla vigilia della Fera di Francoforte con il Deutscher Buchpreis (il più prestigioso riconoscimento letterario tedesco, garanzia di successo di vendite in libreria) e annunciato in traduzione italiana per maggio dall’ottimo editore Del Vecchio. Ebbene, si tratta del racconto magico-realistico, narrato con un distillato di parole (solo un poeta avrebbe potuto secernerne di così dense e cristalline) dell’ultima estate della DDR, vissuta da un ragazzo in fuga sull’isola baltica di Hiddensee. Continua a leggere

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Sartine e miracoli

La sarta di Arles Antoine Raspal (1760)Siedono al centro del loro regno come potenti dee del destino. Reggono i loro strumenti come scettri – conocchia, telaio, forbice – e, prima di tessere, intrecciare, recidere le umane sorti, si divertono a modellarne le forme, a dispiegarne il fasto, a ricamarci sopra. Troneggiano tra una galassia di spilli, su quinte di stoffe colorate, protette da una collezione di rocchetti e da un firmamento trapunto di bottoni. Naturalmente sono tutte donne: maghe, Parche, Penelopi dotate di un’imperscrutabile potenza e intente a sublimi esercizi di pazienza. E’ spazio riservato, misterioso, segreto il teatro delle loro magie. Eppure non potrebbe essere più concreto: bottega per le maestre di un mestiere, laboratorio, officina, sartoria. Ma è un atelier affatto singolare quello che, sotto l’insegna e il titolo di “Sartoria Los Milagros”, la scrittrice argentina María Cecilia Barbetta, 42 anni, descrive in lingua tedesca nel suo arditissimo romanzo di esordio (appena tradotto in italiano da Fabio Cremonesi per l’editore Keller, 347 pagine, 27 euro).

“Änderungsschneiderei Los Milagros” è chiamata a rigore, nella sua versione originale, la sartoria dei miracoli dove il passo cadenzato degli accenti teutonici incontra i ritmi e le sonorità castigliani. Accompagnati da una musica così inaudita, dominata dalle più spericolate variazioni (“Änderung” in tedesco vuol dire “cambiamento”), i due insieme, il tedesco e lo spagnolo, non potevano che intraprendere una danza, come a qualcuno (al critico della Neue Zürcher Zeitung) è piaciuto definire le movenze cui l’autrice latina ha piegato, o invitato, la sintassi germanica. Ma il ballo è solo una delle possibili declinazioni, una sola delle innumerevoli metafore cui ricorrere per qualificare un’opera tanto sui generis. Continua a leggere

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