Archivi tag: Ernst Jünger

L’anima della foresta

piet_mondrian_006_albero_grigio_1912Quando se ne accorse per la prima volta, fu come incontrare un Barbalbero nella foresta di Eriador. Come se tra le fronde e sotto la scorza degli alberi in mezzo a cui si aggirava incurante da vent’anni all’improvviso avesse scorto un occhio intelligente che lo guardava. In quello sguardo non c’era supplica, né accusa, né minaccia. Solo la spia di un essere alla sua maniera ricettivo. Senziente, paziente, rammemorante, desiderante. Il protagonista di un’esistenza tutta da indagare. A fare quell’incontro spiazzante con lo spirito di un vecchissimo faggio – verrebbe da dire “con il fantasma”, non fosse che il vegliardo era ancora vivo – fu Peter Wohlleben, guardia forestale sull’altopiano dell’Eifel, Germania occidentale, nella regione boschiva che si sviluppa tra il medio corso del Reno, le Ardenne e la Mosella. All’epoca Wohlleben faceva diligente il suo lavoro. Valutava cioè salute, robustezza e regolarità dei fusti delle piante da abbattere per ricavarne assi ben diritte e senza nodi, e da sostituire quanto prima con nuovi alberi “da legna”. Abituato com’era a guardare alla foresta “sub specie oeconomica”, in quella che oggi definisce “una prospettiva decisamente ristretta”, finì per inciampare in un sasso. Sembrava un sasso almeno. Quando cercò di toglierlo dal sentiero, si rese conto che era saldamente ancorato al terreno. Niente di strano: ne sporgono di rocce muschiose dal suolo del massiccio scistoso renano. Gratta via il muschio, però, ed ecco che Wohlleben nota le inconfondibili striature – le rughe – di una corteccia. Allora non era una pietra. Scortecciata quella dura scorza, osserva che è verde anche dall’altra parte, che scorre linfa sotto. Possibile? Perché circolino umori vitali nelle fibre innervate del legno, bisogna che ci sia la fotosintesi, la pianta deve respirare, e per questo, lo abbiamo imparato tutti alle scuole medie, serve la clorofilla, ci vogliono le foglie. Quel ciocco mezzo sepolto non aveva neppure i rami, neppure il tronco. Eppure, inciso, sanguinava. Continua a leggere

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Cronache della rappresaglia

Schermata 2015-03-04 a 02.43.56– Jünger, vorrei pregarla di scrivere sin da adesso un rendiconto degli eventi, ora per ora. Che cosa succede, che cosa si dice. Non voglio un rapporto militare. Qualcosa di letterario invece.

– Qualcosa tipo il diario di Stendhal durante la campagna di Napoleone?

– Lo so che lei preferisce Hölderlin a Stendhal. Ma voglio appunto un testo del genere. Storiografico. E segreto. Nessuna copia.

E’ il generale Otto von Stülpnagel, comandante in capo delle truppe di occupazione tedesche stanziate a Parigi dal 1940, a rivolgersi con queste battute al capitano Ernst Jünger, a Parigi dall’aprile 1941 come comandante della seconda compagnia del reggimento 287. Lo aveva invitato a Palazzo Talleyrand per commissionargli la redazione di un “Denkschrift”, un memoriale dei fatti relativi alla spinosa “Geiselfrage”: la “questione degli ostaggi” francesi fucilati tra il 1941 e il ’42. Così almeno immagina che gli si rivolgesse il regista tedesco Volker Schlöndorff, che nel suo ultimo film, “Das Meer am Morgen” – realizzato per Arte e presentato in Germania il prossimo 24 di ottobre -, racconta “dal punto di vista tedesco” un dramma divenuto cruciale per la memoria storica europea e per la commemorazione ufficiale del passato francese.

Del testo “letterario”, “storiografico”, “segreto”, e fondamentale per ripercorrere i fatti accaduti – registrati, secondo istruzioni, nei dettagli: “ora per ora” – una copia si era però conservata. Per caso. O per la mano previdente e un po’ imprudente della signora Jünger, Frau Gretha. Che nella notte del 20 luglio 1944, nelle ore immediatamente successive al (fallito) attentato contro Hitler da parte degli ufficiali della Wehrmacht, bruciò le carte e le lettere del marito su raccomandazione di lui. Ma risparmiò la trascrizione – lasciata a casa da Jünger quando rientrò a Kirchhorst da Parigi per una licenza – dello scritto che rivelava tutti i particolari e le ambiguità, i presupposti e i risvolti “Della questione degli ostaggi” cui era intitolato. E che avrebbe scatenato accese polemiche, in forza semplicemente della “Descrizione dei casi e delle loro conseguenze” che, come annunciava il sottotitolo, conteneva.  Continua a leggere

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Uno Jünger STUPEFACENTE

Schermata 2014-04-14 a 14.32.25Fe-no-me-no-lo-gia. Volendo, è la parola chiave degli “Avvicinamenti” di Ernst Jünger. E, poiché “l’esistenza nel suo significato superiore, consiste in un avvicinamento continuamente ripetuto”, scrive, è la chiave di tutta la sua filosofia ed esistenza. È parola troppo astrattamente filosofica e astrusa, però, perché lo scrittore pensatore potesse servirsene. Sceglie invece di farla pronunciare, senza intenzioni teoretiche né comunicative, con la cautela guardinga di chi armeggi ad aprire uno scrigno dal contenuto prezioso e ignoto, a uno dei suoi personaggi. A uno dei personaggi incrociati sulla strada “che avvicina”, e descritti nel lunghissimo racconto – “Annährungen. Drogen und Rausch” – che solo “approssimativamente” si direbbe autobiografico.

Il personaggio si chiama Walter Petersen, un vecchio compagno di scuola come lui veterano sul fronte della Grande Guerra e suo vicino di letto nella camerata dell’ospedale di campo, ritrovato ad Hannover qualche anno dopo i combattimenti sulla Somme e la comune convalescenza alla guarnigione. Che dire all’amico con cui in tante circostanze si erano divise buona e mala sorte? “Fenomenologia”, disse Walter a Ernst: “articolando con estrema attenzione le sillabe, come se stesse disserrando una serratura con una chiave complicata. Non aveva l’aria di un soliloquio, né di una comunicazione”. Continua a leggere

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