Archivi tag: Julio Cortázar

Passeggiando tra le «Tumbas»

Borges_Grave_Cemetery_GenevaVietato leggerlo facendo gli scongiuri. Tumbas mette i brividi, sì. Ma non per la tetraggine di atmosfere cimiteriali o per l’eco lugubre di rintocchi funebri. Immaginatevelo come una lunga cavalcata emozionante, come una danza – non una danza macabra -, come una festa. Un concerto «per ghiaia e suole delle scarpe» – insinua con l’accenno di un sorriso Cees Nooteboom, l’autore della singolare composizione – in cui, accompagnata da un coro che canticchia sussurrando in sottofondo, si leva tutta una teoria di vibranti voci sole. «Getta uno sguardo freddo sulla vita e sulla morte, cavaliere, e prosegui il tuo cammino!», intona William Butler Yeats dall’incisione che volle apposta sulla sua lapide, spronando il destriero e incitando la corsa tra le brume che si levano da una landa irlandese. Ma la nebbia annuncia cieli sereni, ed è presto diradata, non appena Charles Baudelaire viene preso dalla fantasia di scendere al cimitero, «dove regnava un sole così pieno e un immenso brusio di vita riempiva l’aria!» (notò in uno dei suoi racconti). Samuel Beckett, dall’al di là, ripensa commosso a «quella notte in cui il cielo, con tutte le sue luci, mi cadde addosso, lo stesso che avevo tanto guardato quando erravo per la terra lontana… » (scrisse anticipando l’ora fatale). E Robert Louis Stevenson, sulla cima della sua isola da cui abbraccia con lo sguardo l’oceano e la foresta pluviale, pensa con soddisfazione di aver davvero trovato il suo tesoro, e di essere a casa, come è a casa «il marinaio quando è sul mare / e come il cacciatore è a casa sulla collina».  Continua a leggere

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Sartine e miracoli

La sarta di Arles Antoine Raspal (1760)Siedono al centro del loro regno come potenti dee del destino. Reggono i loro strumenti come scettri – conocchia, telaio, forbice – e, prima di tessere, intrecciare, recidere le umane sorti, si divertono a modellarne le forme, a dispiegarne il fasto, a ricamarci sopra. Troneggiano tra una galassia di spilli, su quinte di stoffe colorate, protette da una collezione di rocchetti e da un firmamento trapunto di bottoni. Naturalmente sono tutte donne: maghe, Parche, Penelopi dotate di un’imperscrutabile potenza e intente a sublimi esercizi di pazienza. E’ spazio riservato, misterioso, segreto il teatro delle loro magie. Eppure non potrebbe essere più concreto: bottega per le maestre di un mestiere, laboratorio, officina, sartoria. Ma è un atelier affatto singolare quello che, sotto l’insegna e il titolo di “Sartoria Los Milagros”, la scrittrice argentina María Cecilia Barbetta, 42 anni, descrive in lingua tedesca nel suo arditissimo romanzo di esordio (appena tradotto in italiano da Fabio Cremonesi per l’editore Keller, 347 pagine, 27 euro).

“Änderungsschneiderei Los Milagros” è chiamata a rigore, nella sua versione originale, la sartoria dei miracoli dove il passo cadenzato degli accenti teutonici incontra i ritmi e le sonorità castigliani. Accompagnati da una musica così inaudita, dominata dalle più spericolate variazioni (“Änderung” in tedesco vuol dire “cambiamento”), i due insieme, il tedesco e lo spagnolo, non potevano che intraprendere una danza, come a qualcuno (al critico della Neue Zürcher Zeitung) è piaciuto definire le movenze cui l’autrice latina ha piegato, o invitato, la sintassi germanica. Ma il ballo è solo una delle possibili declinazioni, una sola delle innumerevoli metafore cui ricorrere per qualificare un’opera tanto sui generis. Continua a leggere

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