Archivi tag: Svezia

Per quel bicchiere andato storto

P1090736Viaggiando in un principio assonnato di primavera attraverso la campagna svedese, che ancora torpida si abbandona pigramente al disgelo, per raggiungere Torgny Lindgren nel suo eremo al limitare delle foreste nell’Östergottland, viene in mente un breve dialogo tra due suoi personaggi. «Ho cercato a lungo un paesaggio che corrisponda al mio stato d’animo», dice lui. «Sì, c’è sempre da vergognarsi di quel che si ha dentro», risponde lei. La battuta, minuscolo assaggio, tradisce lo spirito dello scrittore e accademico di Svezia che da 25 anni siede nella commissione di coloro che eleggono il Nobel per la letteratura: tanto grave e assorto quanto guizzante di acume e di ironia. Si immagina anche che in un paesaggio simile, fatto di boschi di abeti e di acquitrini, dovesse nascondersi L’ultimo bicchiere di Klingsor, l’oggetto sconcertante al centro del suo ultimo romanzo in uscita da Iperborea nella traduzione stupenda di Carmen Giorgetti Cima. Aveva contenuto la più limpida e squisita delle acqueviti, distillata per Pentecoste da un vecchio boscaiolo e, svuotato a ripetizione da costui, «con coraggio e perseveranza», in una notte di ebbrezza, fu dimenticato nella foresta su un ceppo di abete tagliato di sbieco. Lasciato lì per anni, lentamente il bicchiere posato su quella base inclinata rimediò «alla sua vergognosa condizione sbilenca» e «si raddrizzò» – cioè si piegò – puntando verso il cielo. Fu ritrovato da un bisnipote dell’improvvido taglialegna e devoto bevitore il quale, scoprendo la sua inconcepibile forma storta, prese a indagare da pittore di nature morte il mistero della vita della materia e intraprese col pennello in mano «la via per la sobria ebbrezza dell’arte».

Di tutto questo – di ebbrezza e di arte, di natura e devozione, di pittura e romanzi – parleremo con Torgny Lindgren, penso viaggiando, unica passeggera, sul pullman che in tre ore da Stoccolma porta a Linköping. Lui viene a prendermi alla stazione dei bus, una banchina in mezzo al nulla dove il veicolo, con indefettibile puntualità scandinava, si ferma all’ora stabilita. Mi viene incontro camminando sotto una pioggia leggera e gelata. È alto, magrissimo, di una magrezza – scopriremo – malata, e ha una leggerezza spirituale. La pelle del viso, incorniciato da una corta barba da profeta, è bianca e sottile, straordinariamente fresca per i suoi 78 anni, e gli occhi, sotto il cappellino impermeabile, brillano di una luce viva e preziosa. Stina, sua moglie, ci aspetta seduta in macchina. Abbiamo ancora cinquanta minuti di viaggio prima di arrivare alla grande casa parrocchiale – «la chiesa da queste parti ha venduto molte delle sue proprietà ai privati», avverte Lindgren – dove la coppia, inseparabile da sessant’anni, vive da quasi un trentennio.  Continua a leggere

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Lars Gustafsson: «Anche il piastrellista è filosofo»

VästmanlandChi legga con la matita in mano e si ritrovi tra le mani un libro di Lars Gustafsson si accorgerà che difficilmente resisterà alla tentazione di sottolineare quasi tutte le righe. Tanto fitta di trovate, di pensieri inediti, di idee colte al volo e messe in forma in modo originale, di argute osservazioni, di luminose definizioni e descrizioni liriche è la sua prosa. La sua è una scrittura densa, trapunta di gemme teoretiche e poetiche e intessuta nella trama di un appassionato raccontare. Per il modo in cui nei suoi romanzi – ne citiamo alcuni tra i più noti, tutti tradotti in Italia da Iperborea: Morte di un apicultore, Il pomeriggio di un piastrellista, Il decano, Le bianche braccia della signora Sorgedahl e l’ultimo tradotto, uscito quest’estate, L’uomo sulla bicicletta blu – «ha saputo mirabilmente legare intuizione filosofica e maestria narrativa», la giuria dell’Accademia delle belle arti di Monaco gli conferisce quest’anno – la cerimonia avrà luogo giovedì prossimo, il 29 ottobre – il prestigioso Premio Thomas Mann, istituito nel 1975 e fino a oggi assegnato esclusivamente ad autori di lingua tedesca.

Lars Gustafsson, lei, autore svedese, vince quest’anno il “Thomas Mann”. Che cosa significa per lei questo riconoscimento e qual è il suo rapporto con la cultura tedesca?

La mia relazione con la Germania è antica e intensa. Già dagli anni Sessanta Hans Magnus Enzensberger iniziò a tradurre le mie poesie in tedesco, per Carl Hanser Verlag e, per lo stesso editore di Monaco sono usciti molti miei romanzi. Ciò ha portato a un vivace scambio culturale: sono stato membro di molte accademie tedesche, per esempio la Akademie der Künste di Berlino, negli anni Settanta ho ricevuto la borsa di studio del Berliner Künstler Programm, ho insegnato come visiting professor, nelle università di Bielefeld, Tübingen, Hamburg e sono stato fellow al Wissenschaftskolleg, ovvero l’Institute for Advanced Study di Berlino. Thomas Mann ho iniziato a leggerlo assai presto, negli anni Cinquanta, quando avevo meno di vent’anni. I giovani si scelgono i libri di cui hanno più bisogno, e io allora mi scelsi il Doktor Faustus. Naturalmente oggi vincere il premio intitolato a Mann è un grandissimo onore, non solo perché sono il primo scrittore non tedesco a riceverlo, ma anche per la statura degli altri premiati che mi hanno preceduto. L’anno scorso, per esempio, il riconoscimento è andato a Rüdiger Safranski, che è scrittore, filosofo e grande divulgatore della filosofia. Oggi pomeriggio ero appunto intento a leggere il suo ultimo libro sul tempo (Zeit. Was sie mit uns macht und was wir aus ihr machen: “Tempo. Che cosa ne facciamo e che cosa esso fa di noi”, uscito da un paio di mesi da Hanser ndr). È un tema, questo del tempo, di cui mi sono sempre intensamente occupato. E, a proposito delle stranezze del tempo, è bizzarro che adesso, alla fine della vita, io torni a Thomas Mann, in cui avevo cercato le mie prime risposte.  Continua a leggere

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L’uomo laser, cuore nero della Svezia

Schermata 2015-09-03 a 15.31.34Accese una spia inquietante vent’anni fa L’uomo laser di cui narra Gellert Tamas. La luce rossa del mirino di precisione dell’arma di John Ausonius, puntata a ripetizione sulle sue vittime – in tutto dieci, tutti immigrati, colpiti a sorpresa e feriti gravemente, in un caso mortalmente, tra l’agosto del 1991 e il gennaio del ’92 – brilla ancora oggi come il segnale di un disagio sociale, di una paura viscerale del diverso capace di condurre a deprecabili manifestazioni di intolleranza se non ai gesti di violenza più efferati. L’ascesa in parlamento delle destre in Svezia e nei paesi scandinavi, la strage dell’estate scorsa a Oslo, le fucilate contro gli islamici nelle periferia di Malmö, sono fatti recenti che parlano chiaro. Allo scrittore che, nato in Svezia da genitori ungheresi, giornalista del principale quotidiano svedese, massimo esperto dei movimenti radicali di destra, con il bestseller Lasermannen ha inchiodato le coscienze europee su un problema sempre più urgente abbiamo chiesto:

Gellert Tamas, il suo romanzo L’uomo laser tradotto oggi in italiano da Iperborea uscì in Svezia dieci anni fa, e gli attacchi agli immigrati di cui racconta accaddero vent’anni fa. Che cosa è cambiato in tutto questo tempo?

La retorica della destra xenofoba è rimasta la stessa. Continua a leggere

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Il Dio delle trame oscure

Schermata 2014-04-14 a 14.43.06La pena y la desgracia, qui son cosas diferentes 

desde el punto de vista humano, 

son cosas idénticas desde el punto de vista divino. 

Donoso Cortés

 

Linneo però sulle disgrazie terrene aveva appuntato il suo sguardo dal punto di vista più lontano e distaccato che occhio umano potesse attingere: quello dello scienziato. Senza poter evitare perciò, da uomo timorato, di darsi pena per i decreti imprevedibili calati dall’alto – dall’Altissimo – in nome della giustizia divina. O di mettere il naso per guardare da vicino, di mettere il dito per toccare con mano i punti dolenti colpiti dagli strali della “Divina Nemesi”.

Si intitola così lo scritto, tenuto segreto per una vita e sparito per quasi un secolo dopo la sua morte, in cui lo studioso svedese registrò scrupolosamente fatti, misfatti e delitti del suo tempo con l’intenzione di ricondurli a un sacrosanto castigo. O, se si vuole, il diario di sventure in cui raccolse centinaia di osservazioni, scampoli di notizie, ritagli di cronaca nera, malignità dinastiche, meschinità accademiche, tetre dicerie di palazzo e di paese al solo scopo di inventariare i punti di contatto – coincidenza, identità -, tra “la desgracia y la pena”: tra i colpi della sorte, i rovesci della fortuna e le colpe vendicate con implacabile rigore dalla Nemesi divina.  Continua a leggere

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