Archivi categoria: Ernst Jünger

Atlantico Jünger

Schermata 2015-03-04 a 02.53.28Neanche dopo una schiacciante vittoria sportiva il grande tedesco in villeggiatura a Rio de Janeiro sarebbe stato orgoglioso del suo paese, e l’idea di ritornarci gli avrebbe suscitato un tremendo umor nero. Certo, quella degli anni Trenta era un’altra Germania…”Que diable au-je à faire dans cette galère?” “Che diavolo ci faccio su questa galera?”, si era chiesto verso la fine del viaggio con una battuta di Molière (da “Le furberie di Scapino”). Ma a stizzirlo era più che altro la prospettiva del ritorno ormai imminente e la massa dei passeggeri della nave che, dopo più di sei settimane di crociera, avevano già giocato tutte le proprie carte di presentazione in società, avevano esaurito gli argomenti e, in un teatro di futilità, tradito l’illusione che puntavano a creare dando in pubblico una certa immagine di sé. In quell’effimera messinscena, rispetto ai viaggiatori in vacanza, facevano “un’impressione di ben più robusta sostanza gli stewards che erano là per servirli, a riconferma del fatto che l’uomo è in generale più sopportabile quando lavora, come dimostra un qualsiasi pomeriggio domenicale a Berlino”.

Innegabile, Ernst Jünger era piuttosto di malumore tornando a casa in Germania, nel dicembre del 1936, dopo aver trascorso quasi due mesi in Brasile, come si evince dalle ultime pagine del suo “Viaggio Atlantico”: “Atlantische Fahrt”, il sorprendente taccuino uscito in sordina a Londra nel 1947 come suo primo titolo del secondo dopoguerra e appena riproposto da Klett-Cotta in una sontuosa edizione commentata, illustrata, ricca di foto inedite e di documenti originali.

Ma che diavolo ci faceva Ernst Jünger in Brasile?  Continua a leggere

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Cronache della rappresaglia

Schermata 2015-03-04 a 02.43.56– Jünger, vorrei pregarla di scrivere sin da adesso un rendiconto degli eventi, ora per ora. Che cosa succede, che cosa si dice. Non voglio un rapporto militare. Qualcosa di letterario invece.

– Qualcosa tipo il diario di Stendhal durante la campagna di Napoleone?

– Lo so che lei preferisce Hölderlin a Stendhal. Ma voglio appunto un testo del genere. Storiografico. E segreto. Nessuna copia.

E’ il generale Otto von Stülpnagel, comandante in capo delle truppe di occupazione tedesche stanziate a Parigi dal 1940, a rivolgersi con queste battute al capitano Ernst Jünger, a Parigi dall’aprile 1941 come comandante della seconda compagnia del reggimento 287. Lo aveva invitato a Palazzo Talleyrand per commissionargli la redazione di un “Denkschrift”, un memoriale dei fatti relativi alla spinosa “Geiselfrage”: la “questione degli ostaggi” francesi fucilati tra il 1941 e il ’42. Così almeno immagina che gli si rivolgesse il regista tedesco Volker Schlöndorff, che nel suo ultimo film, “Das Meer am Morgen” – realizzato per Arte e presentato in Germania il prossimo 24 di ottobre -, racconta “dal punto di vista tedesco” un dramma divenuto cruciale per la memoria storica europea e per la commemorazione ufficiale del passato francese.

Del testo “letterario”, “storiografico”, “segreto”, e fondamentale per ripercorrere i fatti accaduti – registrati, secondo istruzioni, nei dettagli: “ora per ora” – una copia si era però conservata. Per caso. O per la mano previdente e un po’ imprudente della signora Jünger, Frau Gretha. Che nella notte del 20 luglio 1944, nelle ore immediatamente successive al (fallito) attentato contro Hitler da parte degli ufficiali della Wehrmacht, bruciò le carte e le lettere del marito su raccomandazione di lui. Ma risparmiò la trascrizione – lasciata a casa da Jünger quando rientrò a Kirchhorst da Parigi per una licenza – dello scritto che rivelava tutti i particolari e le ambiguità, i presupposti e i risvolti “Della questione degli ostaggi” cui era intitolato. E che avrebbe scatenato accese polemiche, in forza semplicemente della “Descrizione dei casi e delle loro conseguenze” che, come annunciava il sottotitolo, conteneva.  Continua a leggere

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Uno Jünger STUPEFACENTE

Schermata 2014-04-14 a 14.32.25Fe-no-me-no-lo-gia. Volendo, è la parola chiave degli “Avvicinamenti” di Ernst Jünger. E, poiché “l’esistenza nel suo significato superiore, consiste in un avvicinamento continuamente ripetuto”, scrive, è la chiave di tutta la sua filosofia ed esistenza. È parola troppo astrattamente filosofica e astrusa, però, perché lo scrittore pensatore potesse servirsene. Sceglie invece di farla pronunciare, senza intenzioni teoretiche né comunicative, con la cautela guardinga di chi armeggi ad aprire uno scrigno dal contenuto prezioso e ignoto, a uno dei suoi personaggi. A uno dei personaggi incrociati sulla strada “che avvicina”, e descritti nel lunghissimo racconto – “Annährungen. Drogen und Rausch” – che solo “approssimativamente” si direbbe autobiografico.

Il personaggio si chiama Walter Petersen, un vecchio compagno di scuola come lui veterano sul fronte della Grande Guerra e suo vicino di letto nella camerata dell’ospedale di campo, ritrovato ad Hannover qualche anno dopo i combattimenti sulla Somme e la comune convalescenza alla guarnigione. Che dire all’amico con cui in tante circostanze si erano divise buona e mala sorte? “Fenomenologia”, disse Walter a Ernst: “articolando con estrema attenzione le sillabe, come se stesse disserrando una serratura con una chiave complicata. Non aveva l’aria di un soliloquio, né di una comunicazione”. Continua a leggere

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