Archivi categoria: linguaggio

Wittgenstein è un arcobaleno blu

OmbrelloUn ombrello si chiude come un punto di domanda sul terreno più saldo e sicuro. È proprio blu – possibile? – l’arcobaleno che si inarca sul sistema dei colori. Un uomo che brancola cercando inciampa – o forse danza? – sulle lettere della propria Weltanschauung. Il metafisico – o è un mistico invece? – ha l’aureola. La serie dei numeri primi si sviluppa come una scala tonale, come una sequenza musicale, come un cruciverba, come una scacchiera… Serrato nella gabbia del linguaggio, della forma logica, delle auctoritates, posso sempre spalancare una finestra. Riconosco ciò che è vero con un abbraccio… e sto lì, sulla mia vita, come una farfalla cullata da un filo d’erba.

Poetici, enigmatici, oscuri, illuminanti, proprio come gli aforismi di Ludwig Wittgenstein sono i disegni di Margherita Morgantin. Artista tra le più quotate nel panorama italiano contemporaneo, attratta chissà perché dalla malia del filosofo di Vienna, ha inventato per lui quelle che, più che illustrazioni o, Dio la scampi, spiegazioni del suo pensiero sono variazioni, ispirate intuizioni, estrose fantasie accese dai mille dubbi “della certezza”.  Continua a leggere

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Il mondo dei Grimm

biancaneveMagia dell’alfabeto, malia di un glossario da aprire come uno scrigno di segreti, malizia di un mondo ordinato mettendo in fila le parole dalla A alla Z, da “Ärschlein” a “Zettel”, come dire: “da culetto a biglietto”, secondo la formula sconcertante stampata – come titolo del catalogo e della mostra permanente – sull’invito a esplorare il mondo dei Grimm. Grimmwelt, meglio chiarire subito, non è una Disneyland tradotta in lingua germanica e trasposta in terra teutonica. Le comitive di turisti in viaggio a Kassel e in visita a nuovissimo museo dedicato all’universo dei fratelli collezionisti di favole non si aspettino di varcare il cancello del regno fatato come la porta d’ingresso di un parco di divertimenti. Negli spazi espositivi estesi per oltre duemila metri quadri fin sul tetto panoramico della struttura edificata come un avveniristico maniero non troveranno rospi da baciare, torri da scalare arrampicandosi alla lunga treccia di Rapunzel, la bionda Raperonzolo, o lupi da smascherare tra le lenzuola e sotto la cuffietta della nonna di Cappuccetto Rosso. Potranno, sì, sedersi alla tavola dei sette nani di Biancaneve. Porre domande allo specchio parlante che lusingava le brame della Matrigna. Scoprire, sfogliando autografi ricettari, i prodigi e le insidie del più bizzarro e bitorzoluto dei frutti, la mela cotogna. O rompere il sortilegio della figlia del mugnaio condannata a filare oro dalla paglia, sentendo pronunciare in ventotto lingue diverse il nome dello gnomo Tremotino, tradotto anche come Gambolino, ovvero, in originale, Rumpelstilzchen. Solo scoprendo come si chiamava il misterioso omino zoppo che la teneva in suo potere e minacciava di rapirle il figlio primogenito la ragazza, andata in sposa al re, avrebbe spezzato l’incantesimo e salvato da malasorte il principino. Potenza seducente, effetto dirompente di un nome…  Continua a leggere

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Le intraducibili

Schermata 2015-03-21 a 04.05.47Sappiamo tutti di che cosa si sta parlando, ma il più delle volte ignoriamo che c’è una parola per dirlo. Perciò suona come un abracadabra, una formula magica (o un lampo di poesia) l’espressione che, tutto d’un fiato, nomina ciò che si credeva ineffabile, chiama all’appello e a rapporto situazioni o sensazioni “inaudite” solo perché non ancora registrate con un proprio nome, né ancora messe a verbale nella propria lingua. Quando però manca la parola, dorme la citazione calzante dentro un libro mai aperto, il nome sfugge, c’è sempre modo di andarlo ad acchiappare oltrefrontiera. Gli scozzesi dicono “to tartle” quell’esitazione balbettante e imbarazzata di chi, di fronte al suo interlocutore, è sopraffatto da un vuoto di memoria, dimentica il nome del tizio con cui sta parlando, e magari – circostanza aggravante – deve pure presentarlo a una terza persona che non vede l’ora di farne la conoscenza. Allora cerca invano con gli occhi, schiocca le dita, prova diplomaticamente a stimolare suggerimenti e alla fine non può fare altro che ammettere la sua imperdonabile dimenticanza. Aiuta in questo caso a cavarsi dagli impicci chiamare la pausa di silenzio col suo nome, scusarsi e riannodare il filo della conversazione chiedendosi per esempio se in Scozia capiti più spesso che altrove di incappare in una così comune defaillance.

Colma un diverso vuoto di parole quel che i tedeschi definiscono un “Treppenwitz”, che alla lettera corrisponde allo “humour delle scale”, alla battuta che ti viene in mente quando ormai sei già in fondo ai gradini, alla risposta a tono che avresti voluto dare a chi ti aveva zittito su di sopra, quand’eri ancora in sala, prima che, con la bocca chiusa e le pive nel sacco, avessi deciso di scender giù verso l’uscita. Continua a leggere

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Scrivere lettere

valentine_de_boulogne_san_paolo_scrive_epistole_1620Anonime, laconiche, le più antiche ci arrivano recapitate dalla Grecia. Non sono datate né affrancate, ma il frammento di coccio su cui le graffiarono, la lamina di piombo su cui le arrotolarono risalgono con buona approssimazione al VI secolo dell’epoca precristiana e presocratica. Non sono imbustate o sigillate ma, più della vaga identità del mittente, più dell’incertezza del destinatario, è l’alone d’intrigo che le avvolge a preservarne la riservatezza. Non sono intestate né indirizzate, ma la tensione che tuttora le innerva, l’urgenza di una comunicazione (protesta, dichiarazione o sos), lo slancio vocativo di un contatto ne tradiscono infallibilmente il genere. Sono lettere. E basta il loro testo nudo e crudo – ellittico, spoglio di fronzoli o di decotte formalità – a svelarne tutta la croccante freschezza. “Thamneus lascia la sega sotto la soglia della porta del giardino”. “Emelis, vieni più presto che puoi”. La trama di un delitto? La trama segreta di un amore? Comunque fosse, dalla traccia che ne resta c’è da tirarci fuori un romanzo. Continua a leggere

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