Archivi categoria: Guerra mondiale

Mi ordinarono: uccidi Abele

Letztes_AufgebotDue angeli con la divisa delle Waffen-SS. Due amici fraterni chiamati a recitare la parte di Caino e Abele. Due giovani alle soglie della vita costretti a misurarsi con l’assurdo del Morire in primavera. Vi è un tratto di inconcepibile assurdità nel fondo del romanzo che ha straziato i cuori di Germania, ha suscitato un coro (quasi) unanime di critiche entusiaste nella stampa tedesca, ha fatto gridare al capolavoro o, per il 2015, al libro dell’anno. Uscito lo scorso giugno da Suhrkamp, tradotto ora con raffinato senso della prosa da Riccardo Cravero per Neri Pozza, lo ha scritto il 62enne Ralph Rothmann per raccontare, frugando nei silenzi e nei taciti ricordi del padre, una storia (quasi) vera.

La primavera del titolo è quella del 1945, la stagione che portò alla fine del secondo conflitto mondiale e alla capitolazione tedesca. Per quanto ormai alle strette, con gli inglesi sul confine della Renania-Vestfalia, i russi a Berlino e gli americani sul Reno, la macchina bellica hitleriana continuava ostinatamente a girare bruciando le ultime forze a disposizione: le reclute ancora minorenni, i “soldati da latte”. Due di questi erano Walter e Friedrich, affettuosamente “Ata” e “Fiete”, i due protagonisti del romanzo. Continua a leggere

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Gunter Grass, un ritratto

grass_gunter_Baffi fluenti, sopracciglia arruffate, le spalle incurvate che mimano la linea del dorso della pipa, immancabilmente stretta tra le labbra. Bastano poche pennellate per mettere in rilievo i tratti inconfondibili della fisionomia di Günter Grass, che lo stesso Günter Grass, pittore prima che scrittore, si è divertito più di una volta a caricaturare nei numerosi autoritratti. Con i disegni ha illustrato uno dopo l’altro i suoi romanzi, confondendo il proprio profilo con quello dei suoi personaggi. E così, sulla copertina del “Tamburo di latta” (1959) si presentava nella statura breve del nano Oskar Matzerath, gli occhi di bambino “nella perennità dei suoi tre anni” aperti a guardare gli eventi del mondo che diventavano storia, le mani strette a pungo sulle bacchette con cui batteva (a volte furiosamente) sullo strumento bianco e rosso scandendo lo scorrere del tempo. Oppure, per dare un volto all’autore degli appunti “Dal diario di una lumaca” (1972), in cui sono registrate le tappe del viaggio compiuto nel 1969 accanto a un Willy Brandt in campagna elettorale, attorcigliava nell’iride dell’occhio la spirale del guscio di una chiocciola. E, ancora, illustrando la cronaca del suo soggiorno indiano, “Mostrare la lingua” (1988), non disegnava la dea di Calcutta, Kalì mentre, come vuole il titolo del libro, manifestava disprezzo e vergogna con la sfrontata boccaccia infantile, bensì se stesso che, gli occhi sbarrati dietro gli occhiali, osservava il rettile, o l’anguilla o l’angosciosa creatura anfibia che strisciava fuori dalle proprie labbra. O infine, dopo il breve (e letterariamente fallimentare) passaggio in India, quando tornò a scrivere di Germania per richiamare all’assennatezza i tedeschi all’indomani di una dissennata riunificazione, immaginava di rivolgersi loro con il verso di un rospaccio del malaugurio. E accompagnava “Il richiamo dell’ululone” (1992) con un ritratto di se stesso visto di profilo mentre guarda negli occhi il grosso ranocchio dal dorso verrucoso che, in Germania, le tradizioni popolari vogliono saggio nunzio di sventure.

La galleria degli autoritratti del più famoso scrittore tedesco vivente tende a scivolare verso il suo fantastico bestiario di animali simbolici, funestamente profetici. Alla lumaca, immagine di un progresso “che va troppo piano” e all’ululone, sinistro e inascoltato preveggente, vanno poi aggiunti i cani, i gatti, i topi. “La ratta” (1986) che sopravviverà alla fine dell’umanità e “Il rombo” (1977) che dell’umanità rievoca le origini remote, indietro fino al neolitico.  Continua a leggere

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Atlantico Jünger

Schermata 2015-03-04 a 02.53.28Neanche dopo una schiacciante vittoria sportiva il grande tedesco in villeggiatura a Rio de Janeiro sarebbe stato orgoglioso del suo paese, e l’idea di ritornarci gli avrebbe suscitato un tremendo umor nero. Certo, quella degli anni Trenta era un’altra Germania…”Que diable au-je à faire dans cette galère?” “Che diavolo ci faccio su questa galera?”, si era chiesto verso la fine del viaggio con una battuta di Molière (da “Le furberie di Scapino”). Ma a stizzirlo era più che altro la prospettiva del ritorno ormai imminente e la massa dei passeggeri della nave che, dopo più di sei settimane di crociera, avevano già giocato tutte le proprie carte di presentazione in società, avevano esaurito gli argomenti e, in un teatro di futilità, tradito l’illusione che puntavano a creare dando in pubblico una certa immagine di sé. In quell’effimera messinscena, rispetto ai viaggiatori in vacanza, facevano “un’impressione di ben più robusta sostanza gli stewards che erano là per servirli, a riconferma del fatto che l’uomo è in generale più sopportabile quando lavora, come dimostra un qualsiasi pomeriggio domenicale a Berlino”.

Innegabile, Ernst Jünger era piuttosto di malumore tornando a casa in Germania, nel dicembre del 1936, dopo aver trascorso quasi due mesi in Brasile, come si evince dalle ultime pagine del suo “Viaggio Atlantico”: “Atlantische Fahrt”, il sorprendente taccuino uscito in sordina a Londra nel 1947 come suo primo titolo del secondo dopoguerra e appena riproposto da Klett-Cotta in una sontuosa edizione commentata, illustrata, ricca di foto inedite e di documenti originali.

Ma che diavolo ci faceva Ernst Jünger in Brasile?  Continua a leggere

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Cronache della rappresaglia

Schermata 2015-03-04 a 02.43.56– Jünger, vorrei pregarla di scrivere sin da adesso un rendiconto degli eventi, ora per ora. Che cosa succede, che cosa si dice. Non voglio un rapporto militare. Qualcosa di letterario invece.

– Qualcosa tipo il diario di Stendhal durante la campagna di Napoleone?

– Lo so che lei preferisce Hölderlin a Stendhal. Ma voglio appunto un testo del genere. Storiografico. E segreto. Nessuna copia.

E’ il generale Otto von Stülpnagel, comandante in capo delle truppe di occupazione tedesche stanziate a Parigi dal 1940, a rivolgersi con queste battute al capitano Ernst Jünger, a Parigi dall’aprile 1941 come comandante della seconda compagnia del reggimento 287. Lo aveva invitato a Palazzo Talleyrand per commissionargli la redazione di un “Denkschrift”, un memoriale dei fatti relativi alla spinosa “Geiselfrage”: la “questione degli ostaggi” francesi fucilati tra il 1941 e il ’42. Così almeno immagina che gli si rivolgesse il regista tedesco Volker Schlöndorff, che nel suo ultimo film, “Das Meer am Morgen” – realizzato per Arte e presentato in Germania il prossimo 24 di ottobre -, racconta “dal punto di vista tedesco” un dramma divenuto cruciale per la memoria storica europea e per la commemorazione ufficiale del passato francese.

Del testo “letterario”, “storiografico”, “segreto”, e fondamentale per ripercorrere i fatti accaduti – registrati, secondo istruzioni, nei dettagli: “ora per ora” – una copia si era però conservata. Per caso. O per la mano previdente e un po’ imprudente della signora Jünger, Frau Gretha. Che nella notte del 20 luglio 1944, nelle ore immediatamente successive al (fallito) attentato contro Hitler da parte degli ufficiali della Wehrmacht, bruciò le carte e le lettere del marito su raccomandazione di lui. Ma risparmiò la trascrizione – lasciata a casa da Jünger quando rientrò a Kirchhorst da Parigi per una licenza – dello scritto che rivelava tutti i particolari e le ambiguità, i presupposti e i risvolti “Della questione degli ostaggi” cui era intitolato. E che avrebbe scatenato accese polemiche, in forza semplicemente della “Descrizione dei casi e delle loro conseguenze” che, come annunciava il sottotitolo, conteneva.  Continua a leggere

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